La torcia olimpica e i fantasmi di Tien An Men

Erano le dieci, in Italia, quando sulla piazza della Pace celeste il presidente cinese Hu Jintao ha acceso dal braciere la torcia olimpica arrivata nella notte direttamente da Atene. La corsa della torcia, 130 giorni, è ufficialmente iniziata con le gambe di Lu Xiang, velocista cinese campione del mondo dei 110 metri a ostacoli. Xiang ha portato la fiamma fino alla porta della Città proibita, l’antica residenza imperiale cinese. Da qui, la staffetta dei tedofori–mai così tanti nella storia delle Olimpiadi–si dirigerà verso est, verso la prima tappa, Almaty, capitale del Kazakistan. Il viaggio è molto lungo e toccherà i cinque continenti prima di tornare in Cina e iniziare, a maggio dall’ex colonia portoghese di Macao, il viaggio in tutte le province del Paese di mezzo, compresi il Tibet [a metà giugno] e il Xinjiang, la provincia nordoccidentale dov’è concentrata la minoranza musulmana degli Uiguri, duramente repressi da Pechino.
Attorno alla piazza Tian An Men l’apparato di sicurezza era formidabile, degno dei record che prevedibilmente saranno macinati a partire dall’8 agosto nei Giochi olimpici di Pechino. Migliaia di poliziotti in divisa e in borghese presidiavano la scena, per impedire che si ripetessero scene come quelle di Atene, dove un gruppo di attivisti per i diritti umani è riuscito a bucare il cordone di poliziotti e a protestare a favore del Tibet. Il giro del mondo, da Almaty a Parigi, da Dar es Salam a Buenos Aires, a Canberra è solo uno dei due tour della torcia olimpica. Per questa edizione dei giochi, infatti, la torcia si sdoppierà. Da Pechino, una spedizione alpinistica è partita con la seconda torcia che dovrà essere portata, appena le condizioni meteo lo permetteranno, sulla cima dell’Everest, il monte più alto del mondo, a 8848 metri, nell’Himalaya.
Ad attendere la torcia all’aeroporto di Pechino c’erano contingenti di scolari, che sventolavano la bandiera olimpica e quella cinese. Poi, dopo aver attraversato il centro della capitale, la torcia è arrivata su piazza Tian An Men. Impossibile non pensare che in quello stesso luogo nel 1989 i carri armati schiacciarono la protesta di migliaia di studenti cinesi che chiedevano più democrazia e più rispetto per i diritti umani. Impossibile che le autorità cinesi non abbiano pensanto al paragone e anzi–secondo alcuni dissidenti della blogosfera cinese–la scelta della piazza, per molti versi obbligata dato il suo valore simbolico, è stata fatta anche per affermare la vittoria dell’apparato [o quantomeno della sua macchina di propaganda] sui dissidenti.
Non sarà un viaggio facile, quello della torcia. Azioni di protesta sono già state annunciate a Parigi, Londra, San Francisco e Canberra, ma anche a New Delhi. Proprio dalla capitale indiana, domenica, il Dalai Lama ha lanciato un appello al mondo perché aiuti i tibetani. Il leader spirituale del Tibet ha ribadito di non volere l’indipendenza da Pechino ma «solo un’ampia autonomia» e «tutela della cultura, compresa la lingua». Il Dalai Lama ha detto ancora una volta di essere disponibile al dialogo con Pechino, da dove però non arriva alcun segnale in questo senso. Anzi. Dopo i giornalisti, una delegazione di diplomatici stranieri è stata portata in visita a Lhasa ma senza dare la possibilità di incontrare i monaci che avevano protestato durante la visita dei giornalisti e senza fornire informazioni sui monasteri circondati dall’esercito. La città, secondo quello che i diplomatici hanno riferito alle agenzie di stampa internazionali, è «deserta». Di certo non lo scenario ideale per l’arrivo della torcia olimpica, anche se le autorità cinesi sperano che fino a giugno, l’eco delle proteste dei tibetani possa essersi affievolito quel tanto che basta da non rovinare lo spettacolo e far contenti gli sponsor internazionali. Che su queste Olimpiadi hanno puntato almeno quanto il governo cinese.

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