Il New York times scriveva pochi giorni fa: «Gli stranieri e gli abitanti di Lhasa, testimoni della violenza nelle strade, sono stati stupiti da quello che hanno visto e da quello che non hanno visto: la polizia. I poliziotti incaricati della repressione sono scappati dopo i primi scontri e si sono poi completamente volatilizzati». Sono sempre più numerose le prove che dimostrerebbero il coinvolgimento di Pechino nelle violenze di Lhasa, per screditare le proteste pacifiche dei monaci buddhisti. Secondo il traduttore cinese del Dalai Lama, Ngawang Nyendra, un testimone avrebbe per esempio racontato che un poliziotto cinese travestito in tibetano, avrebbe partecipato alle proteste armato di un coltello. Al suo rientro in India, la studentessa indiana, espulsa da Lhasa dopo le manifestazioni del 14 marzo, avrebbe riconosciuto il poliziotto in un reportage della Bbc e sulle foto diffuse dalla stampa. La studentessa ha allora preso contatto con un’associazione tibetana in India che, il 17 marzo, ha pubblicato la foto che inchioda il poliziotto e con lui il regime di Pechino. Intanto la Cina continua a soffiare sul fuoco. Secondo il portavoce del ministero della sicurezza pubblica, Wu Heping, «il prossimo piano delle forze indipendentiste tibetane è di organizzare squadre suicide e lanciare attacchi violenti». Wu ha dichiarato che la polizia cinese ha sequestrato esplosivo in alcuni monasteri buddhisti in Tibet e ha suggerito un collegamento tra il governo in esilio e il Dalai Lama con i piani di attacchi contro i cinesi.






