Un nuovo doppio durissimo colpo all’immagine della Cina «armoniosa» che il governo di Pechino cerca di vendere al mondo in vista delle Olimpiadi di agosto. Il dissidente Hu Jia è stato condannato dalla Prima corte intermedia di Pechino a tre anni e mezzo di carcere per «incitamento alla sovversione». E intanto, il governo è stato costretto ad ammettere che anche nella provincia nordoccidentale dello Xinjiang [Turkestan cinese] ci sono state, nelle settimane scorse, proteste contro la repressione e per una maggiore autonomia da Pechino.
La condanna di Hu Jia, secondo Mark Allison, ricercatore di Amnesty international sulla Cina, è «uno schiaffo alle promesse fatte nel 2001 quando furono assegnati i giochi olimpici a Pechino». Jia, prima di essere processato, è stato detenuto agli arresti domiciliari, sua moglie e suo figlio sono ancora bloccati in casa. Hu Jia, 34 anni, aveva «osato» pubblicare su internet una serie di articoli a proposito della libertà di culto, della protezione dell’ambiente e dei diritti delle persione sieropositive in Cina. La sua condanna è stata criticata in tutto il mondo e si è aggiunta alla lunga lista di accuse contro il governo cinese, dalla repressione in Tibet all’appoggio alla dittatura Birman fino al sostegno al Sudan nella guerra in Darfur.
Amnesty, che considera Hu Jia un prigioniero per motivi di opinione, ha chiesto al Comitato olimpico internazionale di protestare contro la condanna emessa ieri e ha detto che continuerà a chiedere la liberazione di tutti i prigionieri per motivi di opinione detenuti nelle carceri cinesi. L’associazione internazionale per la difesa dei diritti umani ha diffuso martedì il nuovo rapporto sulla situazione in Cina. Nel testo c’è una notazione importante: «Le violazioni dei diritti umani stanno avvenendo non nonostante le Olimpiadi, ma a causa delle Olimpiadi». Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty spiega in un’intervista pubblicata sul numero di Carta settimanale in edicola da venerdì 4 aprile, che ai ricercatori di Amnesty risulta che le autorità cinesi stanno attuando una serie di misure repressione e di controllo proprio per cercare di «salvare» lo spettacolo olimpico dalle possibili azioni di protesta. Dei tibetani, innanzi tutto, ma anche di tutte quelle fasce sociali per le quali la crescita economica vertiginosa degli ultimi anni non ha avuto effetti positivi.
La repressione pre-olimpica è iniziata anche nello Xinjiang. Nella regione, nel nord ovest della Cina, è concentrata la minoranza degli uiguri, turcofoni e musulmani, da decenni sottoposti a un processio di sinizzazione forzata. Poche settimane fa, il governo cinese aveva arrestato alcuni uiguri accusati di aver organizzato un attentato durante le Olimpiadi. «Tuttavia–nota Pobbiati nell’intervista–Non sono state fornite prove che questo complotto esistesse davvero». L’impressione è che con la scusa della «guerra al terrorismo», Pechino abbia rafforzato la repressione contro i «suoi» musulmani, più isolati dal punto di vista mediatico, dei tibetani.
Da quello che si è appreso oggi, però, risulta che anche nello Xinjiang, durante il mese di marzo, ci sono state proteste a favore di una maggiore autonomia da Pechino e per la protezione dell’identità culturale della regione, antico crocevia della via della seta. Ci sono stati disordini nella città di Hotan, il 23 marzo, quando alcune centinaia di quelli che il governo etichetta come «le tre forze» [terroristi, estremisti, separatisti] hanno distribuito volantini le locale bazar invocando autonomia politica della regione. Non è chiaro quante persone sono state arrestate, ma sembra un prominente mercante locale sia morto mentre era detenuto dalla polizia cinese e che la protesta sia nata anche per una circolare del governo locale che vietava l’hijjab musulmano alle donne uigure.
Tags assegnati a questo articolo: Cina






