Com’era prevedibile, l’atteggiamento del governo di Pechino ha trasformato il viaggio della torcia olimpica attraverso cinque continenti in un’occasione di protesta. Dopo Londra e Parigi, le manifestazioni accompagneranno i tedofori con la stessa assiduità degli sponsor. San Francisco, Delhi, Canberra e forse anche altre tappe del viaggio lungo 130 giorni saranno segnate dalle intrusioni dei manifestanti. Per evitare che la festa del business olimpico sia rovinata, le autorità non hanno molta scelta: blindare il percorso della torcia, per quanto possibile. Lo ha detto oggi Robert Ménard, di Reporters senza fronitere: «Per qualche ora Parigi sembrerà come piazza Tien An Men». La politicizzazione delle Olimpiadi non è una novità e non è una novità nemmeno la repressione pre-olimpica. Dai Giochi di Città del Messico nel 1968 a quelli di Los Angeles nel 1984, Atlanta nel 2000 e Atene nel 2004, la «pulizia» è diventata una tradizione. C’è però, nel 2008, un elemento in più: le dimensioni e la qualità della repressione in Cina hanno fatto emergere tutte le altre facce delle medaglie olimpiche. Le proteste sono sì contro il governo di Pechino, per il Tibet, la Birmania, il Darfur e le violazioni dei diritti umani subite dai cittadini cinesi. Ma sono anche, e saranno ancor di più, contro l’oligarchia olimpica che invoca la Carta dei valori solo quando si tratta di proteggere lo spettacolo e il business. Il peso economico della Cina probabilmente farà si che dopo le Olimpiadi, tutto o quasi torni sotto il tappeto. Non è detto, invece, che il Cio, nella sua forma attuale, possa uscire indenne dal frontale con la realtà.






