L'Egitto al voto, dopo gli scontri di Mahalla

Un ragazzo di 21 anni e un bambino di 9 anni sono morti, lunedì, nei violenti scontri tra polizia e operai di una fabbrica tessile egiziana, che scioperavano nella città di Mahalla, nei pressi del Delta del Nilo, centosettanta chilometri a nord del Cairo. Più di cento i feriti.
Ieri almeno mille e cinquecento operai sono scesi in piazza, per protestare contro il carovita che riduce sempre più il potere d’acquisto dei loro salari. Le forze dell’ordine egiziane avevano intimato di sospendere lo sciopero, pena la dispersione dei manifestanti con la forza. Le rivendicazioni salariali degli operai, in particolare del settore tessile, sono ormai incontenibili, a fronte di condizioni di vita sempre più disagiate.
Come promesso, la polizia ha fronteggiato in forze il corteo per le strade di Mahalla e, a quel punto, i manifestanti hanno dato l’assalto ai negozi della città, distruggendo alcune vetrine e bruciando manufatti e pneumatici. Secondo la ricostruzione della polizia locale, alcuni dimostranti hanno lanciato pietre contro gli agenti, che hanno risposto con gas lacrimogeni. Alcuni operai hanno bloccato il transito dei treni e almeno cinquanta persone sono state arrestate.

Lo sciopero era stato deciso da un gruppo degli oltre 27 mila operai della più importante fabbrica tessile del Medio Oriente, la Misr Spinning and Weaving di Mahalla, nata nel 1917 e di proprietà statale ma che vive di appalti da aziende europee e nord americane. I dipendenti della fabbrica avevano già incrociato le braccia a settembre, fino a quando non avevano ottenuto una minima soddisfazione delle loro richieste di aumenti salariali.
La vita in Egitto, però, costa sempre di più e gli operai vorrebbero una più equa ripartizione dei guadagni che il governo incassa dalle aziende straniere. Il governo del Cairo, avuto sentore dello sciopero in programma ieri, aveva minacciato i dimostranti, promettendo «azioni ferme» contro tutti coloro che avessero aderito allo sciopero. «Qualsiasi tentativo di sollecitare disordini o di disturbare l’ordine pubblico riceverà come risposta ferma quella dell’azione legale», prometteva una nota dal ministero degli Interni. Il governo ha mantenuto le sue promesse.

E’ in questo clima carico di tensione che martedì si sono aperte le urne per le elezioni amministrative. In totale ci sono da rinnovare 52 mila seggi, tra consigli comunali e altri organi di governo locale. Il risultato è scontato. Il Partito nazionale democratico del presidente Hosni Mubarak ha presentato candidati per tutti i seggi in palio, e nel 90 per cento dei casi non ci sono concorrenti. La polizia egiziana ha fatto un accurato lavoro preventivo, per evitare che possibili sfidanti potessero contendere al partito al potere la presa anche sui governi locali. Colpiti duramente i Fratelli musulmani, il più importante movimento di massa di opposizione al regime di Mubarak. Nelle settimane scorse, centinaia di attivisti dell’Ikhwan, la Fratellanza, sono stati arrestati in tutto il paese o sono stati messi sotto inchiesta, per evitare che potessero presentarsi alle elezioni. La Fratellanza, ieri, ha lanciato il boicottaggio del voto, che era stato deciso da Mubarak per cercare di rifare il trucco al proprio regime, soprattutto rispetto agli alleati internazionali, Stati uniti in testa. Ma le proteste di Mahalla, come quelle dei mesi scorsi, sia nel settore tessile che contro il caro vita, dimostrano che il regime «moderato» del presidente, in carica dal 1981, è ormai molto impopolare. Oltre alle difficoltà materiali della vita quotidiana per milioni di egiziani, sono state le scelte di politica estera di Mubarak ad avergli alienato il consenso. L’allineamento alle posizioni degli Stati uniti e di Israele, anche durante crisi gravissime come quella di Gaza poche settimane fa, è sempre più contestato, anche apertamente, e non solo dai Fratelli musulmani.

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