La torcia olimpica fa tappa a San Francisco

Alle 20 ora di Greenwich, la torcia olimpica inizierà il percorso di dieci chilometri attraverso San Francisco, la tappa più calda, dopo Londra e Parigi, per il tour mondiale della torcia. Doveva essere, nelle intenzioni del governo cinese, il Viaggio dell’Armonia. E’ diventato il vaggio delle proteste. La torcia sta tornando in Cina come un boomerang, dopo aver catalizzato un lungo elenco di doglianze mondiali contro il governo di Pechino. San Francisco si è preparata bene. Martedì attivisti pro-Tibet hanno scalato il Golden Gate, il ponte sulla baia, e aperto gli striscioni a favore della libertà del Tibet. Alla sera un grande happening ha raccolto migliaia di persone vicino alla City hall, il municipio della città californiana. L’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu ha invitato i capi di stato a non partecipare alla cerimonia di apertura dei giochi, prevista per l’8 agosto. Un invito che Hillary Clinton ha «girato» al presidente Bush, colpevole di aver «promosso» la Cina nell’ultimo rapporto sui diritti umani. La polemica attorno alle Olimpiadi è entrata così nella campagna elettorale statunitense, e si è intrecciata al più ampio tema delle relazioni con la Cina. I diritti umani sono solo un capitolo di una partita più vasta in cui, per gli Stati uniti, c’è in gioco la supremazia mondiali nel prossimo futuro. Questo sottofondo–e il rischio di strumentalizzazione tanto della protesta tibetana quanto del tema dei diritti umani–non ha scoraggiato i manifestanti di City hall. Che hanno potuto ascoltare anche Richard Gere, da molti anni convertito al buddismo e amico del Dalai Lama: «L’idea di portare la torcia a Lhasa–ha detto l’attore–E’ un insulto per i tibetani». La Cina però non si muove di un centimetro e conferma anche la tappa tibetana della torcia, a giugno, quando il vessillo olimpico sarà rientrato nel Paese di mezzo per un lungo giro in tutte le province del paese.
Le autorità municipali di San Francisco sembrano decise a impedire che si ripetano le scene di Londra e Parigi e il sindaco ha già annunciato un spiegamento eccezionale di polizia lungo il percorso della torcia. A favore del passaggio della torcia in città si è schierata la numerosa e influente comunità cinese locale che ha espresso la propria preoccupazione per il rischio che le proteste a favore del Tibet possano diventare proteste anti-cinesi. Intanto, a Pechino, il primo ministro australiano il laburista Kevin Rudd–già ambasciatore in Cina–nel discorso tenuto in mandarino davanti agli studenti dell’università ha detto che il governo deve «riconoscere l’esistenza di un grave problema di diritti umani in Tibet». E a Lhasa un tour di giornalisti internazionali, il secondo in due settimane, è stato di nuovo interrotto dalle proteste dei monaci che sono riusciti a eludere le misure di sorveglianza. La protesta è avvenuta a Xiahe [Gansu], all’esterno del monastero di Labrang. I monaci, sventolando una bandiera tibetana, hanno cercato di parlare ai venti giornalisti cinesi e stranieri, gridando: «Il Dalai Lama deve ritornare in Tibet. Noi non chiediamo l’indipendenza del Tibet, ma solo [il rispetto de]i diritti umani; adesso non vi sono diritti umani». Alcuni monaci–secondo il resconto delle agenzie di stampa–avevano il volto coperto. Hanno anche detto che un gran numero di monaci sono stati arrestati e che molti poliziotti armati e in borghese vigilano tutta l’area. La situazione è ormai talmente ingestibile che anche Qiangba Puncog, governatore cinese del Tibet, ha dovuto ammette in una conferenza stampa che c’è la possibilità di disordini al momento del passaggio della torcia olimpica a Lhasa: «Non dubito che i separatisti cercheranno di creare problemi–ha detto Qiangba–Ma se qualcuno proverà a interferire con il percorso della torcia, la legge interverrà con la necessaria durezza». Un avvertimento sinistro, dopo la repressione delle settimane scorse.

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