Il ritorno di Haradinaj

Il 3 aprile il tribunale speciale dell'Aia per i crimini nella ex Jugoslavia ha assolto Ramush Haradinaj dalle accuse di crimini di guerra. Ecco come il Kosovo ha festeggiato.

Altra giornata movimentata quella del 3 aprile. Orecchie tutte puntate sul Tribunale penale internazionale dell’Aia che sta indagando per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia. Quando, intorno alle 16.40, si apprende la buona notizia dell’innocenza dell’allora comandante dell’Esercito di liberazione del Kosovo [Uck], Ramush Haradinaj, il tam tam passa così velocemente che già dalle 17.00, lungo la centralissima Nana Teresa nel tratto di strada tra la sede dell’Aak [Alleanza per il Kosovo], il partito di Haradinaj, e il Grand Hotel di Pristina, tanta gente si è riversata per strada a festeggiare, tra i tanti anche supporters del movimento di autodeterminazione, Vetevendosje.

La sentenza definitiva, da parte del Tribunale che fino a poco tempo fa aveva a capo Carla Del Ponte, non ha ritenuto colpevoli Haradinaj ed il suo ex braccio destro Balaj. Una pena di sei anni di detenzione è stata invece inflitta a Brahimaj, altro esponente dell’Uck e parente stretto di Haradinaj, per aver personalemte preso parte a torture e commesso atti di crudeltà.
Molte le macchine che sventolano le vecchie bandiere, con la classica aquila albanese. I fastidiosi rumori di clacson provenienti da macchine isolate presto diventano un unico suono che diffondendosi nell’aria fanno da sfondo a quella che, a detta di Adnan, è l’ennesima vittoria per gli albanesi del Kosovo: il ritorno del Comandante. C’è chi, come Barlet Berisha, insegnante di inglese in un istituto privato, preferisce invece mostrarsi più ironico e tagliente. Alla domanda su cosa pensa dell’evento di ieri con una vena di umorismo fa finta di non capire. Ieri, dice, ne sono successi due di grandi eventi. L’entrata dell’Albania nella Nato e la liberazione di Haradinaj. «La prima notizia è di gran lunga più interessante della seconda» sentenzia. «Il suo ritorno da protagonista nella politica kosovara non credo proprio possa essere una notizia di cui andar fieri, credo che le cose cambieranno e non in meglio», conclude. Anche a Peja/Pec, nucleo forte per il partito di Haradinaj, stando alle parole di Besnik, gli spiriti erano «alti» e molta gente ha festeggiato per strada a ritmo di musica popolare e canti patriottici. Nelle centralissime vie della cittadina, proprio a ridosso del torrente che la attraversa, si sono uditi molti spari. «Questo è il classico modo di festeggiare i grandi eventi – dice Besnik–Sono molto contento per questa notizia. Ho cantato e ballato ieri sera». Anche lui, come molti qui in Kosovo, convinto che il Comandante non sia stato un santo è certo, però, del fatto che con questa sentenza si è finalmente voluto affermare che la guerra condotta dall’Uck sia stata una guerra per la liberazione e non un violento attacco contro i serbi kosovari.
Com’era prevedibile, la notizia è giunta tempestiva nel quartier generale di Haradinaj. Dalla sua abitazione-fortezza sulla collinetta di Dragodan sovrastante la città di Pristina, si sono uditi a più riprese spari in aria, poi anche petardi. Il suono secco degli spari non sorprende la città, li avverte che la festa può iniziare. È così è stato. Aria di festa si respirava in tante parti del Kosovo. Differente quella a Belgrado. È ormai risaputo che una buona notizia per Pristina non può esserlo altrettanto per Belgrado, e viceversa. L’innocenza di Haradinaj è stata un’altra doccia fredda per la Serbia.
Tale evento è arrivato a conclusione di lunghi anni di indagini processuali, che portarono a suo tempo l’allora giovane primo ministro a dimettersi spontaneamente dal suo incarico per consegnarsi alla giustizia. Sebbene si dice che il Comandante non abbia mai ostacolato in alcun modo l’iter processuale, due determinanti super-testimoni albanesi hanno perso la vita in circostanze misteriose, l’uno vittima di un incidente stradale, l’altro cadendo accidentalmente da un palazzo.
Comunque sia, questa notizia è un intermezzo tra gli eventi successi da un mese e mezzo a questa parte–dall’indipendenza in poi–e quelli che succederanno da oggi al prossimo mese e mezzo, per l’esattezza fino al giorno dopo le elezioni politiche in Serbia dell’ 11 maggio. All’inizio di questo secondo atto ci sono le tensioni ai vertici Unmik ed in particolare la disputa tra il rappresentante Unmik a Mitrovica ed i vertici Unmik in Kosovo, l’arrivo di ingenti aiuti umanitari dalla Russia alle enclaves serbe via Belgrado e le relative pressioni a cui Unmik sarà soggetta, ed infine la decisione ultima e finale, da parte di Unmik stessa, su come procedere per le elezioni serbe in Kosovo, ossia se consentire o meno lo svolgimento delle stesse sul territorio kosovaro. È chiaro sin da ora che qualunque posizione Unmik prenderà in merito ci saranno delle inevitabili ripercussioni in Serbia e nella sua ex provincia. Comunque questo riguarderà il capitolo ancora tutto da scrivere.

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