Da una settimana, Haiti è in preda a violente sommosse. La settimana scorsa almeno cinque persone sono state uccise e una quarantina ferite. Port-au-Prince, la capitale, è paralizzata e molti negozi sono stati saccheggiati. Ieri, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha chiesto ai rivoltosi della fame «di rinunciare alla violenza». Ha anche espresso la sua «comprensione per la sofferenza del popolo di Haiti dopo l’aumento dei prezzi del cibo e della benzina».
Les Cayes, zona meridionale del paese è da sempre la più tranquilla dal punto di vista della sicurezza sociale. I caschi blu delle nazioni unite, minacciati e attaccati dalla folla inferocita, hanno aperto il fuoco e hanno ucciso quattro persone. Nella capitale migliaia di manifestanti in arrivo dalle bidonville di Martissant, Cité Soleil, Cité de Dieu, ma anche dai quartieri di Bel Air e Delmas, hanno tentato di assaltare il palazzo presidenziale. Negozi e uffici sono stati saccheggiati e incendiati. La polizia ha potuto fare ben poco davanti a tanta rabbia. Per disperdere i manifestanti che stavano minacciosamente raggiungendo l’edificio che ospita la sede del ministero del Commercio i soldati della Minustah, la missione di stabilizzazione Onu, hanno sparato colpi di gomma e lanciato decine di gas lacrimogeni. Sale la tensione a Haiti. Dalla capitale Port au Pince e dalle città in provincia si leva alto il grido di protesta della popolazione stremata dalla fame e dalla povertà. In pochi giorni i prezzi di farina, olio e riso sono saliti alle stelle. La popolazione più povera dell’intero continente americano è a rischio collasso.
Le manifestazioni della settimana scorsa contro il carovita sembrano essere servite solo a creare confusione dove confusione già c’era. E questa volta la questione non sembra essere totalmente legata alla politica.
Era da molto tempo che la situazione non precipitava in questo modo. E per le strade fra i manifestanti sono ricomparse armi leggere. «Abbiamo fame. Fuori gli stranieri. Via i caschi blu». Questi gli slogan più gettonati dai dimostranti, raccolti da Francesco Fantoli, che nonostante sia un noto cronista televisivo, non è stato risparmiato dalla rabbia popolare che gli ha distrutto la macchina a sassate. «Mi hanno fermato nei pressi del mio studio, hanno circondato l’auto su cui viaggiavo e hanno iniziato a distruggerla a colpi di pietre. Ho avuto paura. Era molto tempo che non vedevo una situazione simile».
«Dateci lavoro e dateci riso» gridavano per le strade delle città haitiane i dimostranti che, per la prima volta come ricorda Fantoli «hanno inneggiato contro l’attuale presidente René Preval». E il rischio è che si torni a vivere una situazione sociale come quella dell’immediato dopo-Aristide che causò violenze infinite, morti e disperazione.
In queste ultimissime ore nell’isola la situazione è di apparente calma. «Tutti aspettano il discorso di Preval che probabilmente annuncerà un avvicendamento del primo ministro Alexis [l’attuale primo ministro].
«I cittadini haitiani non ce la fanno più – dice Fantoli dall’isola– sono già stremati e gli ultimi aumenti non hanno fatto altro che impoverirli ulteriormente». «Inoltre–spiega il giornalista–la popolazione vuole che ritorni Aristide e danno la colpa della sua fuga [o cacciata dipende da che punto si guarda la situazione] ai giornalisti». Probabilmente, però, sotto a tutte queste manifestazioni c’è dell’altro. «Molti osservatori segnalano l’interesse politico di alcuni settori mafiosi che beneficiano dell’instabilità per operare con maggior libertà. L’assoluta mancanza di posti di lavoro [circa 80 percento di disoccupati] l’aumento brusco del costo della vita e l’assenza di infrastrutture e di sostegno statale sono elementi tali da poter provocare una rivolta in qualsiasi momento». Insomma la situazione che fino a qualche mese fa sembrava andare per il meglio adesso è nuovamente precipitata. Haiti è un fiammifero pronto a accendersi in qualsiasi momento.






