Ieri in Giappone sono stati impiccati quattro condannati a morte: Akinaga Kaoru, 61 anni, Nakamoto Masayoshi, 64 anni, Nakamura
Masahuru, 61 anni e Sakamoto Masahito, 41 anni. I prigionieri, come accade di norma in Giappone, sono stati informati dell’esecuzione solo poche ore prima, mentre ai familiari la notizia della morte dei detenuti viene data dopo.
Nel 2008 il paese ha già eseguito sette esecuzioni. Amnetsy international ha chiesto al governo giapponese di «introdurre immediatamente una moratoria, in linea con la risoluzione adottata a dicembre dall’Assemblea generale dell’Onu». Fino a quattro mesi fa, il ministero della Giustizia non rendeva noti i nomi delle persone impiccate né i dettagli dei reati per i quali erano state condannate.
Secondo Amnesty, «sotto il dicastero del ministro della Giustizia Hatoyama Kunio, sono state eseguite 10 esecuzioni in meno di sei mesi». Lo scorso settembre, il ministro aveva annunciato l’intenzione di abrogare la norma del Codice di procedura penale, secondo la quale l’ordine di esecuzione dev’essere firmato dallo stesso ministro della Giustizia. Ciò significherebbe che i prigionieri potrebbero essere messi a morte automaticamente, dopo sei mesi dalla fine delle procedure d’appello.






