Gli Usa non vogliono più pagare la ricostruzione in Iraq

Dopo avere invaso l’Iraq, averlo occupato, averne spazzato via la struttura statale, e averlo ridotto in condizioni miserabili, con le infrastrutture a pezzi e i servizi essenziali inesistenti, gli Stati Uniti vogliono che Baghdad paghi i costi della ricostruzione. E non solo quelli.
L’offensiva «basta spendere i soldi dei contribuenti» parte dal Congresso. Covava da un po’ di tempo, ma ha preso nuovo vigore, quando il Senatore Ben Nelson, Democratico del Nebraska, ha detto che, assieme ad altri parlamentari, cercherà di allegare a un provvedimento che assegna [ulteriori] finanziamenti per la guerra in Iraq misure che esigano che il governo di Baghdad inizi a sobbarcarsi questi costi. Il Congresso comincerà a discutere il provvedimento nelle prossime settimane.«Ora è arrivato il momento che l’Iraq assuma la responsabilità del suo futuro con i suoi investimenti», dice Nelson, che fa parte della commissione forze armate e di quella che assegna i fondi per la guerra in Iraq, sottolineando che il budget di Baghdad è destinato a crescere per effetto degli aumenti dei prezzi del petrolio.
«L’opinione pubblica americana si sta stancando di finanziare ogni aspetto del futuro dell’Iraq», aggiunge il senatore democratico.
Susan Collins, senatrice repubblicana del Maine, sottolinea che il Pentagono paga circa 153 milioni di dollari al mese per il carburante, mentre gli iracheni «sovvenzionano notevolmente il petrolio per i loro cittadini, ma non lo fanno per i nostri soldati che li difendono». Ne deriva, fa notare il senatore Evan Bayh, Democratico dell’Indiana, che le forze armate Usa pagano la benzina 3,23 dollari al gallone [1 gallone = 3,79 litri, ndr], mentre gli iracheni la pagano un dollaro e 30 cents.
Non sono le sole spese del conto da presentare al governo di Baghdad. Ce ne saranno altre, dicono i senatori, che l’Iraq pagherebbe direttamente o attraverso prestiti. Fra queste potrebbe esserci il costo di alcune armi e quello dell’addestramento delle forze irachene, nonché gli stipendi che gli americani pagano ai cosiddetti «Figli dell’Iraq» [o «cittadini locali impegnati», o «consigli del risveglio» che dir si voglia] – le milizie sunnite alleate [momentaneamente] degli Usa che stanno combattendo «al Qaeda in Iraq», considerate come uno dei fattori principali – se non il principale – della riduzione della violenza, in zone come la provincia di al Anbar.
Il Government accountability office, il braccio investigativo del Congresso, sta già esaminando i proventi petroliferi iracheni per determinare a quanto ammonta il contributo attuale di Baghdad alle attività di sicurezza e di ricostruzione – su richiesta dei senatori Carl Levin, Democratico del Michigan, e presidente della commissione forze armate, e John Warner, Repubblicano della Virginia. Levin, in particolare, si è lamentato del fatto che l’Iraq percepisce gli interessi sui fondi dell’eccedenza di bilancio depositati nelle banche straniere, mentre le spese che gli Usa sostengono in Iraq contribuiscono all’aumento del disavanzo e del debito in casa propria. Nelson dice che gli Stati Uniti hanno speso circa 45 miliardi di dollari in progetti di ricostruzione in Iraq, mentre la Collins fa osservare che quest’anno il governo di Baghdad potrebbe avere una eccedenza di bilancio pari a 60 miliardi di dollari. Questo perché il bilancio 2008 – 46,8 miliardi di dollari – è stato calcolato su un prezzo del petrolio di 57 dollari al barile, la metà di quello attuale. Il timore dei senatori, tuttavia, è che l’amministrazione Bush non sia disposta ad accollare all’Iraq tutti i costi che loro vorrebbero. E lo hanno espresso, senza problemi, ieri ai giornalisti. Nel frattempo, si preparano a dare battaglia. Quando, alla fine di questo mese e agli inizi di maggio, il Congresso dovrebbe discutere le leggi che assegnano oltre 100 miliardi di dollari di nuovi fondi per le guerre in Iraq e in Afghanistan.

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