Diciassette persone, tra cui sei monaci, sono state condannate da tre anni di prigione all’ergastolo per il loro coinvolgimento nelle violenze a Lhasa il mese scorso. A riferirlo è l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, senza aggiungere ulteriori dettagli.
Sono le prime condanne dopo gli scontri avvenuti nella capitale tibetana. Nelle proteste anti-cinesi scoppiate il 10 marzo, a Lhasa, sono rimaste uccise 22 persone secondo Pechino; per il governo tibetano in esilio le vitti,e sono state invece 203, un migliaio di persone sono rimaste ferite e 5.715 arrestate.
A breve si dovrebbero aprire colloqui con le autorità cinesi sul Tibet, dopo che, il 25 aprile, la Cina si è detta disponibile a incontrare un rappresentante del Dalai Lama per rilanciare il dialogo. Il portavoce del ministero degli Affari esteri, Jiang Yu, ha dichiarato oggi: «Speriamo che il Dalai Lama preferisca questa opportunità, riconosca i fatti e cambi la sua posizione adottando delle misure concrete per mettere fine agli atti di violenza e tentativi di sabotaggio dei Giochi olimpici».
Intanto, il Nepal ha espulso dal paese un alpinista americano che era in possesso di una bandiera «Free Tibet». A William Brant Holland of Midlothian, che si trovava al campo base dell’Everest, è stato anche vietato di scalare la montagna più alta del mondo per i prossimi due anni.






