La batosta elettorale in Inghilterra segna la peggior fine possibile del New Labour di Tony Blair, il modello della sinistra «democratica» di mezza Europa.
I risultati delle elezioni amministrative del primo maggio si sono rivelati una catastrofe di proporzioni storiche per il Labour party. Nel giorno dei lavoratori – che nel Regno Unito non si festeggia – i laburisti hanno subito la più cocente delle sconfitte, tornando ad essere il terzo partito dell’isola dopo quasi un secolo. E sono riusciti nell’impresa di cedere Londra a un candidato conservatore a dir poco impresentabile.
La Gran Bretagna sembra aver deciso di voltar pagina e chiudere finalmente il capitolo del New Labour inaugurato da Tony Blair dieci anni fa. Una sinistra che ormai sinistra più non è, è stata clamorosamente scaricata dai suoi ex-elettori, stanchi di sostenere un partito che non li difende e non li rappresenta. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata probabilemente l’innalazamento delle tasse sui redditi più bassi per favorire una riduzione delle imposte per la classe media. Intanto, proprio la classe media in cui i laburisti sembravano aver fatto breccia ha invece voltato loro le spalle. I mutui più alti, il prezzo della benzina alle stelle e l’alto costo della vita hanno spaventato gli elettori e svelato la precarietà del patto sociale su cui era basato il partito di Brown e Blair. Ma i problemi del Labour si trascinano da tempo, e sono inziati con la guerra in Iraq e i continui scandali che hanno colpito la corte di Blair, costretto a rinunciare alla guida del paese. Ora Tony [ultimamente pizzicato in treno senza biglietto e senza soldi] se la starà ridendo. Se ne è andato in tempo prima che la barca affondasse. Certo, Blair è stato un grande innovatore della politica, forse il vero guru di Veltroni, anche se ultimamente non è di moda chiamarlo in causa. Fare politiche di destra contando di sfondare al centro sapendo che in Gran Bretagna ci sono milioni e milioni di persone – in Galles, a Manchester, nelle zone industriali – che non potrebbero mai votare altro che Labour. Tutto ma non i conservatori, appunto. O tutto ma non Berlusconi, che alla fine è lo stesso. Nel Regno Unito ha funzionato, grazie anche alla crescita economica trainata più dalla speculazione finanziaria e dalla bolla del mercato immobiliare che da politiche economiche innovative. Sfortunatamente per Brown, appena Blair se ne è andato, le nubi minacciose della crisi finanziaria hanno cominciato ad addensarsi sotto i cieli mai troppo limpidi di Londra. Nel frattempo il mercato immobiliare rallentava e pagare le rate del mutuo diventava sempre più difficile. Non era cambiata la politica economica, ma solo la congiuntura internazionale, evidenziando tutti i limiti della politica dei laburisti. La popolazione, adesso, si è stancata. Ha deciso di non andare più a votare per chi non li rappresenta ma difende solo gli interessi dei ricchi e dei privilegiati. Il discontento è diventato così massiccio che i laburisti sono ora il terzo partito inglese, superati anche dai liberaldemocratici, mentre lo stato della democrazia brittanica è penoso. Il 45 per cento di affluenza a Londra è stato salutato come un grande successo – a ragione viste le percentuali nel resto del Regno. Questo è il paese che i giornali e i politici italiani ci offrono come esempio: la gente è cosi disillusa che preferisce non votare, esattamente come in America.
La sconfitta più simbolica è arrivata a Londra, da otto anni amministrata da Ken Livingstone, detto il «Rosso» non solo per il colore dei capelli. Livingstone è sempre stato un laburista sui generis, nel 2000 fu eletto da indipendente contro il candidato ufficiale del Labour e si era fatto conoscere a livello internazioniale per la sua opposizione alla guerra in Iraq. Insomma, un laburista di sinsitra che ha anche avuto il merito di ottenere i giochi olimpici del 2012. Soprattutto, ha introdotto la «congestion charge», la tassa sul traffico. Una misura ovviamente classista, ma efficace, che ha diminuito drasticamente il traffico nella zona centrale della città. Non è bastato. Contrariamente alla mitologia costruita ad hoc dai giornali italiani, Londra è una citta assai poco vivibile e con problemi giganteschi. La Tube – la metropolitana – è una delle peggiori del mondo, sempre rotta durante la settiamana e sempre interrotta per lavori nel weekend eppure con costi scandalosi, 4 sterline [5 euro e 50] la corsa senza abbonamento. Milioni di persone vivono in quartieri dormitorio all’interno di case popolari più simili a carceri che ad abitazioni. Lavoratori e migranti asiatici sono ammassati ad est, la borghesia ricca vive ad ovest tra i viali alberati di Nottingh Hill e South Kensington. Due città che non si parlano e non comunicano – viaggiare tra est ed ovest costa più che spostarsi tra due città diverse. Venerdi notte, dopo ben 16 ore di scrutinio [e ci lamentiamo dell’Italia!] è arrivata la batosta elettorale anche qui. La sorpresa è stata davvero grande. I conservatori, infatti, avevano candidato un personaggio a dir poco pittoresco, Boris Johnson, salito alla ribalta soprattutto per aver fatto il buffone in tv. Anche la sua candidatura sembrava uno scherzo. Jonhson era un considerato poco più che un pagliaccio, reo tra le altre cose di una serie micidiale di gaffes – insulti sparsi ad intere città [Liverpool[ e continenti [l’Africa]. Insomma, una sorta di misto tra il Bagaglino e Calderoli. Ed invece ha vinto, puntando – che novità! – soprattutto sul tema della sicurezza. D’altronde, in Gran Bretagna come in Italia, una sinistra che non fa più la sinistra non può certo chiedere i voti in nome del riscatto sociale o del progresso economico. La destra invece può puntare direttamente alla pancia dell’elettorato, solleticandone gli istinti più biechi e nascosti. A Londra poi, la sicurezza per le strade è davvero un problema, sicuramente molto più che in Italia. D’altronde, le politiche del New Labour hanno favorito l’esclusione sociale degli ultimi e la ghettizazzione della povertà, mentre i ricchi diventavano sempre più ricchi – Londra attira come mosche al miele miriadi di sceicchi e miliardari russi grazie ad una legislazione fiscale assai generosa con i «paperoni» della globalizzazione.
Questo modello di sinistra è al capolinea. Lo è in Germania, dove la Linke svuota il serbatoio elettorale della Spd. Lo è in Italia, dove il Pd ed il governo di centrosinistra hanno consegnato il paese a Berlusconi con una maggioranza bulgara. Ora lo è anche in Gran Bretagna. Non è tanto un vento di destra a spirare nel continente [i Tories odierni sono una versione edulcorata del partito che fu di Margaret Thatcher]: è la sinistra ad essere sparita. Rimbocchiamoci le maniche perchè il lavoro da fare per ricostruirla è davvero tanto.
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