La Birmania in ginocchio

Dopo il ciclone Nargis, la giunta militare è stata costretta ad accettare gli aiuti internazionali, ma cerca di chiudersi a riccio per non compromettere il proprio potere. L'analisi di Lettera22.

Centinaia di cadaveri e carcasse di animali per le strade, interi villaggi spazzati via, enormi aree allagate: così si presentano le zone colpite dal ciclone Nargis, che si è abbattuto sulla regione dell’Irrawaddy, il più grande fiume dell’ex-Birmania, oggi Myanmar, tra venerdì e sabato. Una furia che nemmeno i più anziani ricordano di aver mai visto in vita loro. Sono decine di migliaia i morti, secondo le stime che salgono di ora in ora, e almeno due milioni le persone colpite dalla calamità. Le linee telefoniche sono interrotte, mancano elettricità e acqua potabile, oltre al carburante e ai beni di prima necessità, il cui prezzo è schizzato alle stelle nel giro di ventiquattr’ore. Una catastrofe di dimensioni enormi le cui conseguenze sono aggravate dal fatto che in Myanmar c’è un regime militare che rischia di intralciare la macchina degli aiuti messa in moto da organizzazioni umanitarie nelle ultime ore. Vichi De Marchi, portavoce italiana del Pam, il Programma alimentare mondiale, l’Agenzia dell’Onu che si occupa di emergenze alimentari, ci spiega le difficoltà che le agenzie umanitarie devono affrontare in queste ore. «Oggi il problema principale per le operazioni di soccorso è che le comunicazioni e i trasporti sono interrotti e non è semplice capire quante sono le persone colpite e quali i bisogni più urgenti. Domani il Pam, insieme ad altre agenzie, farà una prima verifica».
In questi casi gli interventi immediati quali sono?
«Distribuzione di cibo, riparo e assistenza sanitaria sono le prime operazioni necessarie in questi casi. Nel paese abbiamo anche delle scorte di cibo. Nei depositi vicino a Yangon ci sono circa 930 tonnellate di viveri; il problema è che anche quei depositi sono stati in parte danneggiati. L’urgenza primaria adesso è capire quante persone hanno bisogno di assistenza. In collaborazione col Politecnico di Torino stiamo preparando delle mappe ragionate delle aree colpite in base alle immagini satellitari».
Riuscite a comunicare con i vostri uffici di Yangon?
«La comunicazione è difficile e le poche notizie che ci arrivano da lì riferiscono di scarsità di carburante e di viabilità delle strade, essenziali per trasportare gli aiuti e gli operatori. Ma già nelle prossime ore contiamo di avere maggiori informazioni per pianificare gli interventi».

I generali e gli aiuti: backstage a palazzo
Cosa è successo nelle 24 ore di ieri nei palazzi del potere della giunta militare birmana? Distanti dal disastro che ha investito la stessa Rangoon [o Yangoon come viene chiamata adesso], rinchiusi negli edifici costruiti appositamente per i generali nella nuova capitale situata nel centro del paese, i militari birmani si sono trovati a fare i conti con un’emergenza umanitaria che, molto rapidamente, superava la prima stima ottimistica di 350 morti, la cifra ufficiale nota sino a domenica pomeriggio. E mentre sui siti dell’opposizione in esilio, gli unici sui quali poter apprendere qualcosa che andasse oltre le mezze verità del regime, si raccontava la verità, anche i generali devono aver capito che non potevano mantenere il silenzio troppo a lungo. Che dovevamo insomma andar oltre le scarne immagini diffuse dalla televisione di stato o dall’unico giornale, «La luce del Myanmar», che diffonde solo le notizie che piacciono agli uomini in divisa.
Nel pomeriggio hanno così deciso di fare una prima stima di 4mila morti e 3mila dispersi. In seguito, il capo della diplomazia birmana, Nyan Win, era però costretto ad ammettere il timore che il bilancio potesse arrivare a 10mila vittime. Infine l’agenzia di stampa cinese Xinhua, che citava fonti della giunta, azzardava una stima di almeno 15mila morti. I cinesi sono i meglio informati sulle vicende birmane per il semplice fatto che i generali si fidano di questi alleati inossidabili, come ben si è visto in più di un’occasione. Paradossalmente, l’antipatica indiscrezione filtrava sui media di un paese che non brilla certo per una stampa indipendente. Passa pochissimo tempo e arriva anche un’altra novità: dopo l’ammissione della catastrofe, i generali si dicono disposti ad accettare gli aiuti internazionali. Ammettono dunque di non essere in grado di gestire l’emergenza e, soprattutto, accettano che in Birmania mettano piede degli stranieri: occhi indiscreti in un paese sigillato se appena si cerca di andar oltre la fotografia di rito alla pagoda.
Il dramma umano e ambientale deve essere dunque così vasto da aver indotto i generali a fare quello che, in un’altra occasione recente, non avevano voluto fare: erano i giorni dello tsunami che aveva colpito, come in India, Thailandia, Indonesia, anche le coste birmane. Ma la giunta aveva rifiutato sia di dare un bilancio della catastrofe, minimizzando i danni, sia di concedere agibilità ai funzionari dell’Onu, ostacolati nella loro missione di soccorso.
Il dramma umanitario ha dunque nuovamente scosso le basi di un consenso popolare al lumicino e di conseguenza ha scosso anche il tragico immobilismo birmano costringendo i militari ad ammettere i danni, le vittime, la cifra della strage ambientale. I generali sanno che in questi giorni si gioca anche la partita del referendum sulla nuova costituzione, un clone del pensiero unico militare su cui sono chiamati a dire la loro i cittadini. A quanto sappiamo le votazioni, previste per sabato, non solo sono confermate ma sarebbero già iniziate: con l’obbligo di scrivere nome e cognome sulla scheda e dunque con l’impossibilità di esprimere un parere reale. Ma i generali, già scossi dalla rivolta dei monaci dell’anno scorso, temono forse che la catastrofe, con l’inevitabile coda di aumento dei prezzi e di scontento popolare, mandi a monte la perversa costruzione del referendum e l’ostentata operazione di maquillage condotta, almeno sinora, con la sicumera di chi sa di avere in mano, nonostante la fiammata «amaranto» di qualche mese fa, il controllo del paese. Un controllo che il ciclone ha reso più fragile.

Cronaca della catastrofe
Un brutto copione che si ripete. La catastrofe naturale si abbatte sul paese delle mille pagode e il regime si chiude a riccio. Rifiuta inizialmente, e nonostante le pressioni delle agenzie internazionali, di fare una richiesta ufficiale di aiuto. Stima 350 vittime. Poi però le dimensioni del problema travalicano la volontà della giunta militare birmana di arginare la piena scatenatasi con l’arrivo del ciclone Nargis che ha devastato le aree meridionali di Myanmar e distrutto soprattutto la regione del delta dell’Irrawaddy, uno dei maggiori bacini idrici del pianeta battuto da piogge incessanti e da venti a 200 chilometri l’ora. Arrivano le prime ammissioni: 4mila morti. Che poi diventano 10mila. Infine, stando ai media cinesi, che citano fonti ufficiali birmane, il bilancio arriva persino a 15mila. Qualcosa di tragicamente incredibile accade in un paese che, anche all’epoca dello tsunami, aveva fatto finta di nulla: come se la grande onda anomale che aveva devastato l’Asia sudorientale e meridionale non fosse neanche passata dalle coste birmane.
Oggi come allora il regime centellina le informazioni, vieta l’accesso ai giornalisti, sembra non prestare orecchio alle agenzie umanitarie che sono pronte a intervenire. Bisogna accontentarsi di mezze parole, spezzoni di notizie, degli scarni reportage che, ancora una volta, passano attraverso i siti d’opposizione al regime, come Mizzima e Irrawaddy. Ma in serata, forse per via della fuga di notizie, forse per un sopraggiunto senso di responsabilità, la giunta cambia linea: Paul Risley, portavoce del Programma alimentare mondiale a Bangkok, riferisce che «il governo birmano ha mostrato la volontà di accettare l’aiuto internazionale attraverso le Agenzie delle Nazioni Unite». Intanto da Ginevra si viene a sapere che un’equipe di cinque esperti in catastrofi naturali si appresterebbe a raggiungere la Birmania mentre a New York Ban Ki-Moon, segretario generale dell’Onu, rende noto che è pronta un’unita’ dell’Onu per il Disaster Assessment and Coordination, che può cioè assistere il governo nel valutare i danni e predisporre le azioni per far fronte alle necessità umanitarie. Ma quando il segretario dell’Onu fa la sua dichiarazione, quando ormai erano trapelate le notizie dell’entità del disastro, la giunta non aveva ancora risposto, come già in passato con altre emergenze. La prima preoccupazione resta quella di tenere fuori dal paese occhi indiscreti.
Le zone più colpite sono le due province di Yangon e Ayeyarwady ma sono cinque le aree devastate dal ciclone e dagli effetti collaterali delle piogge e del vento. Testimoni oculari hanno riferito di cadaveri di uomini e animali uccisi, riversi sulle strade e li rimasti con i corpi ringonfi e abbandonati. La macchina della protezione civile birmana è lenta e impreparata a una devastazione che non ha predenti nella memoria recente. In questo paese dai mille paradossi si continua intanto a reiterare che il referendum sulla nuova costituzione si terrà, come da agenda, il prossimo 10 maggio, sabato. Possibile però che la giunta decida un rinvio. Non certo perché così chiede l’opposizione in esilio [attraverso gli unici siti internet nei quali si può trovare qualche notizia anche sull’emergenza] ma forse perché teme che la catastrofe umanitaria si possa riflettere, per quanto truccato, sul responso delle urne.
Nelle ultime ore, la giunta ha deciso di posticipare il voto al 24 maggio, ma solo nelle zone colpite da Nargis, nel resto del paese, invece, le operazioni di voto andranno avanti come previsto. Intanto, piovono le critiche: le principali agenzie umanitarie internazionali hanno accusato la giunta di non aver predisposto, nemmeno dopo lo tsunami del 2004, un sistema di allarme in grado di avvisare la popolazione e quindi ridurre il numero delle vittime. Dalle notizie che arrivano dalla regione del Delta del fiume Irrawaddy, si apprende che alcune cittadine, come Bogalay, sono state distrutte al 95 per cento. Non dalle piogge e dai venti, ma dall’onda anomala arrivata dal mare.

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