Undici morti e decine di feriti negli scontri di venerdì. Il partito sciita e i suoi alleati hanno assunto il controllo della zona ovest della capitale. L'Ue e l'Onu invitano le parti alla «calma». La Lega araba prepara un incontro straordinario sollecitato dai sauditi.
Se non ci sarà guerra civile è solo perché con l’azione partita tra giovedì notte e venerdì mattina Hezbollah, affiancato dalle milizie dell’altro partito sciita Amal, ha dimostrato una superiorità militare che sconsiglia qualsiasi confronto armato. I milizani del movimento di resistenza islamico libanese hanno occupato nel giro di poche ore tutti i punti nevralgici della zona ovest della capitale, i quartieri musulmani, a volte misti, più spesso «omogenei», divisi tra sciiti e sunniti. Mustaqbal, il partito di Saad Hariri, figlio dell’ex primo ministro Rafiq Hariri ucciso in un attentato il 14 febbraio di tre anni fa, non ha potuto fare molto di più che guardare e piazzare un po’ di cecchini sui tetti: sette civili sarebbero stati feriti dal loro fuoco. Intanto, Hezbollah e Amal prendevano possesso del porto [già controllato da Amal] e delle vie di accesso alla zona ovest di Beirut, compreso l’aeroporto che rimane chiuso. Poi, i miliziani sciiti hanno diretto kalashnikov e lanciarazzi contro i mezzi di comunicazione della famiglia Hariri. La televisione Future e il quotidiano Mustaqbal sono stati chiusi. Gli uffici, deserti, sono stati affidati all’esercito, che ha evitato di prendere parte negli scontri, suscitando le ire del primo ministro Fuad Siniora e dei leader della coalizione politica che lo sostiene: oltre a Saad Hariri, il druso Walid Jumblatt, il capo delle Forze libanesi Samir Geagea e il maronita Gemayel. Le milizie di Mustaqbal non hanno retto l’urto dei guerriglieri di Hezbollah e perfino la casa di Hariri, superprotetta, è stata raggiunta da un razzo rpg che non ha causato vittime. Jumblatt è rimasto confinato nel proprio palazzo, senza che le milizie druse, molto scarse in città, potessero intervenire. Nelle montagne dello Chouf, fuori Beiurt, però si preparano a resistere se gli scontri dovessero continuare. Non diverso il comportamento delle Forze libanesi [famose per la loro ferocia durante gli anni della guerra civile] e delle milizie del generale cristiano Michel Aoun, che è alleato di Hezbollah e Amal. Come se per un tacito accordo tra nemici si fosse deciso di confinare gli scontri tra musulmani, sunniti contro sciiti, senza mettere in mezzo i cristiani di vario tipo e i drusi. Infatti, Achrafiye, il principale quartiere cristiano di Beirut, è rimasto relativamente tranquillo. Marwan Hamadie, braccio destro di Jumblatt, accusa Hezbollah di aver fatto un colpo di stato, con l’appoggio dell’Iran che, secondo Hamadie, avrebbe adesso «una finestra sul Mediterraneo».
I blogger libanesi raccontano dai loro angoli sulla rete che la situazione ricorda quella della guerra civile, che per molti di loro, nati dopo la fine del conflitto, è soprattutto racconti dei padri, film o libri. Nei pochi negozi aperti si fa incetta di beni di prima necessità e ieri i distributori di benzina sono stati presi d’assalto da gente che si precipitava a fare scorta di carburante. I combattimenti più violenti sono stati nel quartiere di Ras al Nabae, misto sciiti-sunniti. Secondo fonti delle forze di sicurezza libanesi, i morti sono almeno 11 e i feriti una trentina. Nel primo pomeriggio è tornata una relativa calma, con le varie milizie ancora attestate sulle rispettive posizioni. Alcuni uffici, tra cui la Banca centrale, hanno continuato a funzionare nonostante il caos.
Secondo il sito dell’emittente panaraba al Jazeera, Hezbollah ha affidato all’esercito libanese il controllo dei siti «conquistati» e allo stesso modo alcuni gruppi di miliziani dei partiti della coalizione di governo si stanno arrendendo all’esercito. Sono in corso anche trattative politiche, attraverso il presidente del parlamento Nabih Berri [sciita, leader di Amal], ma l’esito è molto incerto. Da un lato, dopo l’azione da manuale compiuta da Hezbollah, è difficile per i sunniti rispondere. Dall’altro, nè Hariri né Siniora sembrano disposti a cedere. Anche se perfino l’Arabia saudita, principale sponsor politico [con Francia e Stati uniti] della coalizione di governo ha suggerito a Siniora, attraverso il proprio ambasciatore in Libano, di fare un passo indietro. Da Riadh, però, non sono arrivati solo consigli politici ma anche la richiesta di un incontro urgente della Lega araba per discutere la situazione libanese. Appelli alla calma anche dall’Onu e dall’Unione europea, mentre Israele rilancia le accuse contro Hezbollah: «Sapevamo che prima o poi avrebbrero spaccato il paese–ha detto il ministro degli esteri israeliano Shimon Peres–Ma comunque è una questione interna, che non ha nulla a che vedere con Israele». In realtà, Israele considera Hezbollah una promanazione dell’Iran e un eventuale nuovo governo libanese controllato di fatto dal partito di Hassan Nasrallah sarebbe, al contrario, fonte di grande preoccupazione per Israele. Nonostante la presenza delle truppe Unifil nel Sud del Libano, tra il fiume Litani e il confine israeliano, l’esercito di Tel Aviv ha aumentato la vigilanza nella zona a ridosso della frontiera con il Libano.
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