Nonostante il ritorno a una situazione di calma apparente, il Libano rimane sospeso sull'orlo del disastro. Intanto, in Medio oriente arriva Bush e la Lega araba cerca una difficile mediazione che disinneschi la miccia. Un'analisi di Osservatorio Iraq
Dopo una settimana di scontri e almeno sessanta vittime, in Libano la tensione sembra calare. A Beirut è tornata una calma apparente, anche se resta chiuso l’aeroporto internazionale e la circolazione rimane paralizzata dalle barricate messe in piedi dai gruppi dell’opposizione legati a Hezbollah. E non si registrano nuove violenze a Tripoli, nel nord del Paese, teatro nel corso della notte degli scontri tra militanti sunniti legati al governo e alawiti, così come nelle montagne dello Chouf, a sud est di Beirut, bastione dei drusi del Partito socialista progressista di Walid Jumblatt, anch’egli legato alla coalizione di governo «14 marzo». Una tregua di fatto, favorita anche dalla presa di posizione dell’esercito, che in occasione della più grave crisi dai tempi della guerra civile [1975-1990] ha fatto sapere di essere pronto a «usare la forza» per disarmare le milizie e riportare l’ordine nell’intero Paese.
La contrapposizione tra la maggioranza libanese, sostenuta dall’Occidente, e l’opposizione, legata alla Siria e all’Iran, mantiene il Paese in stallo da oramai 16 mesi. Praticamente ferma è l’attività del Parlamento, mentre la carica di presidente della Repubblica resta scoperta dal novembre scorso, da quando è scaduto il mandato del filo-siriano Emile Lahoud. In questo scenario di crisi più ampio va inserito gli sviluppi degli ultimi giorni. A scatenare il baratro, esattamente una settimana fa, sono stai i provvedimenti «anti-Hezbollah« decisi dal governo di Fouad Sinora, che prevedevano la chiusura della rete di telecomunicazioni terrestre della formazione sciita e la rimozione del generale Wafiq Shqueir [anch’egli vicino al Partito di dio] dalla carica di capo della sicurezza dell’aeroporto. Uno sciopero per l’aumento dei salari, indetto mercoledì scorso dalla Confederazione generale dei sindacati [Glc] di Ghassan Ghosn, è sfociato rapidamente in duri scontri armati tra sostenitori della maggioranza e dell’opposizione. La prova di forza della formazione sciita di Hassan Nasrallah è stata sufficiente per determinare la retromarcia di Siniora, che ha promesso l’annullamento dei suoi provvedimenti, ma non è stata sufficiente per ristabilire la calma nel Paese. Per giovedì mattina è previsto l’arrivo a Beirut di una delegazione della Lega Araba, guidata dal segretario Amr Mussa, che tenterà una mediazione tra le parti per mettere fine ai combattimenti. Ma ad offrire «aiuto» al Libano è anche il presidente degli Stati uniti, George W. Bush. In un’intervista concessa al canale arabo della Bbc, si è detto disposto ad assistere l’esercito libanese, fornendogli «l’equipaggiamento necessario» per disarmare Hezbollah. «Non vedo come possa esistere una società con Hezbollah armati fino a quel punto», ha detto Bush, sostenendo che la formazione sciita «non sta agendo contro una potenza straniera, ma contro il popolo libanese». Tra scontri in strada e ingerenze internazionali, arriva con difficoltà la voce della società civile libanese. Nel fine settimana, nel culmine delle violenze politiche, l’ong Permanent Peace Movement ha organizzato un sit-in sulle scale del Museo Nazionale di Beirut, alla quale hanno aderito alcune organizzazioni locali – fra cui Peace Initiatives e Nahwa al Muwatiniya – e una quindicina di autorità religiose. Sono tante le raccomandazioni che arrivano dalla società civile. Nel comunicato letto nel corso della manifestazione si è parlato di «immediata uscita dall’indifferente e imbarazzante silenzio, frutto della paura e dell’odio che caratterizza la vita dei cittadini», di «serio ed onesto lavoro per prevenire una scalata di violenza, assumere responsabilità senza addossare la colpa a terzi» e di «smascherare l’appoggio e le protezioni di tutti coloro che stanno creando problemi, indifferentemente dalla loro appartenenza politica».
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