Il governo federale indiano ha imposto il coprifuoco a Jaipur, la capitale del Rajastan, 260 chilometri da New Delhi, dove martedì, in una serie di attentati, sono state uccise almeno sessanta persone e più di duecento sono rimaste ferite. Nessun gruppo estremista ha finora rivendicato l’attacco, anche se le autorità indiane puntano verso gli ambienti dell’eversione islamista, con i «soliti» legami con settori deviati dei servizi segreti pakistani. Jaipur, in maggioranza hindu, ma con un’ampia minoranza musulmana, non ha una storia di conflitti interconfessionali come in altre parti dell’India. Anche se negli ultimi anni, gli attentati con bombe o autobomba sono diventati parte della scena politica del paese. Nel caso più eclatante, però, quello degli attentati di Mumbai nel 2003 [50 morti] e nel 2006 [160 morti] i più diretti responsabili sono stati inviduati negli ambienti della criminalità organizzata bombaita, in particolare attorno alla quasi mitica D Company, del boss Dawood Ibrahim, musulmano, considerato in contatto anche con il Pakistan e con alcuni movimenti separatisti del Kashmir.
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