La Birmania censura i danni del ciclone

Tra le immagini di morte che giungono dalla Birmania, le più toccanti ritraggono i bambini uccisi dal ciclone Nargis che ha distrutto il loro mondo nella popolosa area del delta dell’Irrawaddy. Il fotografo ha chiesto l’anonimato, conosce i rischi cui andrebbe incontro se fosse identificato, in un paese dove i militari al governo non pongono limiti all’oppressione, da quando presero il potere con un colpo di stato nel 1962. Anche il ciclone del 3 maggio, che potrebbe contare oltre 100 mila vittime e più di un milione di senzatetto, non ha alleggerito di molto il pugno di ferro della giunta.
Questa settimana, un alto funzionario di governo ha sottoscritto una nuova disposizione che estende il manto di censura su un terreno già devastato. Fonti ben informate riferiscono che durante un incontro d’affari di uomini vicini alla giunta, il primo ministro Generale Thein Shien avrebbe proclamato il divieto di accesso a stranieri e macchine fotografiche nel Delta, in Birmania sud-occidentale.
L’ordine scaturito da quell’incontro, tenutosi al quartier generale del comando militare a Rangoon, arriva proprio mentre la giunta è impegnata a negare il visto a tutti i giornalisti stranieri che chiedono di entrare nel paese, imponendo misure più restrittive alla copertura del ciclone, garantita dai soli mezzi di informazione birmani.

Il tentativo della giunta di distrarre l’attenzione pubblica dal peggior disastro naturale del sud-est asiatico, fa parte di una strategia divenuta dolorosamente chiara a dieci giorni dal passaggio devastante del ciclone. Il regime della Birmania, il cui nome ufficiale è Myanmar, pretenderebbe che a livello nazionale e internazionale si percepisse invece un suo totale controllo sugli aiuti. Tuttavia, per convincersi del contrario basterebbe osservare l’interazione tra la giunta e i funzionari Onu a Rangoon, ex capitale dello stato. Fino al 9 maggio, i militari non avevano inoltrato alcuna richiesta di aiuto formale o informale all’Onu, riferisce in un’intervista una fonte autorevole dalla città dilaniata. E ancora oggi la tendenza è di rimanere lontani dall’organismo internazionale. L’Onu ha offerto aiuto, ma ha dovuto combattere perché venisse accettato, ed è stato accolta a singhiozzi, aggiunge la fonte. I funzionari Onu non nutrono alcuna speranza in un cambiamento di rotta, come dimostrano le dichiarazioni di tre ministri della giunta in conferenza stampa domenica scorsa. Il trio, che comprende il ministro del welfare Generale Maung Maung Swe, dichiarava di fronte ai media che il governo birmano ha il controllo della situazione, anzi, è solo grazie alla risposta del governo che non vi sono altre vittime oltre quelle direttamente colpite dal ciclone; la dichiarazione esprimeva inoltre gratitudine per gli aiuti internazionali. Il Myanmar è riconoscente per l’assistenza ricevuta, ma la distribuzione può essere compiuta solo dal governo; gli stranieri non sono ammessi nelle aree colpite, aveva dichiarato il Generale Maung Maung Swe. Se volete intervenire, scriveteci; valuteremo caso per caso le vostre offerte e le rinvieremo al momento opportuno.

Non sorprende dunque l’esasperazione dell’Onu, alcuni parlano di negligenza criminale della giunta, come ampiamente manifestato lunedì dal quartier generale di New York. Voglio registrare la mia profonda preoccupazione – e l’immensa frustrazione – per l’inaccettabile e lentissima risposta a questa grave crisi umanitaria, ha detto il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon durante una conferenza stampa. Chiedo pertanto con la massima sollecitudine al governo di Myanmar di mettere al primo posto le vite della popolazione. Deve fare tutto il possibile per fermare questo disastro, prima che diventi ancora più grave.
Ban ha usato la conferenza stampa anche per rilevare l’esigenza di molte agenzie di aiuto internazionali riunite a Bangkok, che stanno incontrando serie difficoltà a inserire il proprio staff specializzato nelle operazioni di soccorso del delta, a causa delle restrizioni di accesso imposte dalla Birmania. Ma la giunta ha bloccato l’appello nel giro di poche ore. La nazione non ha bisogno di lavoratori esperti, avrebbe dichiarato un alto funzionario, portavoce della giunta. Nel fare questo, il regime ha ribadito il tipo di soccorsi che ritiene accettabili: donazioni in contanti, oppure prodotti specifici consegnati direttamente ai generali in carica. Proprio il genere di aiuti immediatamente recapitati nel paese dall’India, il colosso con cui confina a ovest la Birmania.

Una settimana dopo il passaggio del ciclone, Nuova Delhi ha mandato due navi della marina indiana – INS Rana e INS Kirpan – cariche di scorte mediche e beni di prima necessità. Quattro aerei militari indiani hanno inoltre consegnato tende, medicine e materiali di copertura per tetti. L’aiuto dell’India è stato accolto a Rangoon dal ministro degli esteri Nyan Win e del ministro del welfare, il Generale Maung Maung Swe. Analoghi aiuti da governo a governo giungono da altri paesi vicini, come Tailandia e Cina, oltre che da vicini regionali, come Singapore. Altri paesi asiatici più piccoli hanno affidato alla giunta denaro contante. Malgrado siano ben accetti, questo genere di aiuti rappresentano però solo una goccia rispetto alle esigenze del paese devastato dal ciclone, che è riuscito a perdere anche il supporto offerto da agenzie umanitarie internazionali, o da altri birmani nel paese e in esilio. Il regime militare non è in grado di gestire un disastro di simili proporzioni, con l’aggravante che gli aiuti vengono mal utilizzati dalla giunta. La possibilità che i militari cambino il loro modo di agire appare remota, considerato il comportamento dell’uomo forte del paese, l’intrattabile Generale Than Shwe, che fino a questo momento ha respinto tutti gli appelli del Segretario Generale dell’Onu.

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