Non da Libano, come aveva annunciato in campagna elettorale Silvio Berlusconi, ma dall’Afghanistan comincia il riallineamento della politica estera italiana. Il ministro degli esteri Franco Frattini e quello della difesa Ignazio La Russa hanno annunciato che cambieranno le regole d’ingaggio per i 2700 soldati italiani ancora in Afghanistan. In concreto, Frattini ha parlato di «flessibilità geografica» nello schieramento delle truppe italiane: tradotto sul campo vuol dire che da Kabul ed Herat, dove sono piazzati oggi i soldati italiani potranno muoversi anche verso le zone operative più calde, nel sud del paese, nella provincia di Helmand dove più duri sono i combattimenti contro la guerriglia dei talebani. Secondo: caduta dei cosiddetti «caveat», cioè di quei limiti che – a detta della Nato – limitano l’impiego operativo del contingente italiano come forza di combattimento. Da un lato, cambia poco, semmai cade il velo di ipocrisia che aveva circondato fin dall’inizio la missione militare italiana in Afghanistan e che si era semmai infittito durante il biennio di Romano Prodi, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli Usa. Dall’altro lato, invece, cambia tutto, perché, in linea con quanto avviene a livello Nato, sembra sempre più lontana la possibilità di modificare la linea politica generale dell’intervento internazionale in Afghanistan, ancora sbilanciatissimo a tutto favore dell’opzione militare, nonostante anni di fallimenti continui. Vanno in questa direzione anche i sengali che arrivano da Parigi, dove il 12 giugno ci sarà una conferenza della società civile afgana.
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