La giunta militare birmana ha prorogato per l’ennesima volta gli arresti domiciliari a carico di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione. Lo hanno riferito fonti governative, secondo cui la 62enne militante è stata informata della decisione nel corso di un breve colloquio avvenuto a casa sua, una modesta villetta in cui è segregata continuativamente dal 2003, e ove ha trascorso dodici degli ultimi diciotto anni. Questa mattina, una ventina di attivisti della Lega nazionale per la democrazia erano stati fermati e portati via dalle forze di sicurezza per aver tentato di raggiungere la residenza di Suu Kyi alla periferia di Rangoon: la casa però era stata isolata con barricate di filo spinato. Proprio come la sede della Lnd, dove era prevista oggi la commemorazione del diciottesimo anniversario delle elezioni politiche del ‘90, vinte in modo schiacciante proprio dalla Lega: un successo tuttavia mai riconosciuto dal regime.
Intanto l’Organizzazione mondiale della sanità annuncia di aver ricevuto segnalazioni di casi di colera a Yangon. La situazione nel paese è molto critica: a 25 giorni dal passaggio del ciclone Nargis, meno della metà della popolazione colpita ha ricevuto gli aiuti inviati dall’estero: secondo l’Onu 1 milione di persone sono state finora soccorse, mentre 1 milione e 400 mila quelle aspettano ancora e la stagione delle monsoni è alle porte.






