Con un guizzo teorico e retorico degno della sua fama, il fondatore delle Black Panthers Huey P. Newton definiva gli afroamericani come la «colonia nera». Una colonia senza territorio, sparsa in lungo e in largo dentro la potenza statunitense. Una definizione, quella di «colonia senza territorio», che ha anticipato il modello flessibile del mercato globale. Adesso, la «colonia nera» per la prima volta avrà un suo esponente candidato allla presidenza degli Stati uniti, con buone possibilità di farcela. Il prescelto è il controverso Barack Hussein Obama, laureato ad Harvard, senatore in Illinois, ex attivista nei movimenti black, amico di molti potenti e paladino dei ragazzi afroamericani. Per la prima volta una larga fascia di persone, i ragazzi dei sobborghi e la middleclass radical, i liberal delle metropoli e gli indiani d’America, si sentono coivolti dalle elezioni presidenziali. «Non c’era mai stato un movimento così ampio attorno alle primarie – ci ha detto qualche settimana fa in visita a Roma un altro dei fondatori del Black Pamthers Party, Dave Hillyard – Non possiamo non prenderne atto».
Obama si è proclamato questa notte ufficialmente «il candidato dei democratici» alla Casa bianca. Il Washington Post sottolinea così l’importanza storica della vittoria di Obama: «Due parole fin qui considerate contraddittorie, impossibili da affiancare nella stessa frase, contesto, paese, a meno di non farle seguire da un punto interrogativo. Presidente nero? In questo secolo? Presidente nero, parole che forse suonano estranee quanto ‘presidente verde’. E ora, un presidente nero sembra una reale possibilità». La vittoria di Obama è stata sofferta ma netta: ha ora 2.154 delegati del partito, ben oltre il quorum della nomination di 2.118. Nel conto sono compresi i delegati eletti in caucus [le assemblee del partito] e primarie e i superdelegati del partito, liberi di scegliere indipendentemente dal parere dell’elettorato. «Questa notte si chiude un viaggio storico e ne inizia uno nuovo che ci porterà un’America migliore – ha detto Obama ai ventimila democratici che lo ascoltavano. Ha vinto la voglia di cambiare, più forte anche del marchio Clinton, fino a qualche mese fa considerate la candidate inevitabile del partito».
Non c’è ancora una dichiarazione di resa da Hillary Clinton, che ora punta a fare la vicepresidente, ma dopo la chiusura dei seggi per le primarie in Montana [dove ha vinto] e South Dakota [dove è stato battuto dall’ex First Lady], il primo afroamericano ad approdare al duello finale per la Casa Bianca ha parlato di «un giorno nuovo e migliore in America». Il discorso è stato pronunciato significativamente a St. Paul, in Minnesota, nel centro congressi che a settembre ospiterà la convention repubblicana e l’incoronazione del suo rivale John McCain. Obama ha concesso l’onore delle armi a Hillary: «Ha fatto la storia in questa campagna, non solo perché è una donna che ha fatto ciò che nessun’altra donna ha fatto prima, ma perché è una leader che ispira milioni di americani». Poi ha sferrato un attacco a Mc Cain: «Ci sono molte parole per descrivere il suo tentativo di cancellare il legame con le politiche di George W. Bush e di farsi passare per bipartisan e nuovo, ma ‘cambiamento’ non è una di quelle parole». In lunghissimo discorso da New York, l’ex First Lady si è limitata ad annunciare: «Non prenderò alcuna decisione questa notte, nei prossimi giorni consulterò il partito per decidere cosa fare, con l’interesse del partito al primo posto e l’obiettivo di restituire ai democratici la Casa Bianca». Hillary ha invitato i suoi sostenitori a scrivere al suo blog per indicare come vorrebbero che si comportasse. Da New Orleans McCain, dall’alto della sua candidatura conquistata ormai quattro mesi fa, tentando in tutti i modi di sifferenziarsi da Bush, ha riconosciuto che Obama sarà un «formidabile rivale».
Si vota il prossimo 5 novembre. In questi mesi tutto si giocherà attorno all’identità meticcia di Obama, che non va giù alla provincia conservatrice [la classe operaia bianca è ostile al candidato del Pd] e che già si presta alla campagna di disinformazione dei repubblicani [in internet circola un messaggio che diffonde la falsa notizia che Obama avrebbe giurato sul Corano una volta eletto senatore]. Secondo gli esperti contano molto gli stati che si snodano lungo la catena dei monti Appalachi, quelli che nelle scorse presidenziali hanno sempre votato in massa per Bush. Le difficoltà con l’elettorato bianco, del resto, non sono una novità per i democratici, in un paese in cui negli anni scorsi per la prima volta i bianchi sono divenuti una minoranza tra le altre. Nessun candidato bianco democratico è mai riuscito a ottenere la maggioranza dei voti bianchi. Nel 2004 addirittura, Bush jr. prevalse tra i bianchi con il 58 per cento delle preferenze rispetto al 41 per cento raccolto da John Kerry. L’elettorato afroamericano, negli anni passati, si è astenuto in massa. Ora in molti saranno motivati a votare, e potrebbero fare la differenza.






