In Africa sono molti i conflitti in corso, ma sono poco «mediatizzati». Tanto che, secondo il rapporto di Medici senza frontiere [Msf] 2008 sulle crisi umanitarie dimenticate dai media, quattro riguardano l’Africa: Somalia, Zimbabwe, Repubblica Democratica del Congo, e Repubblica Centrafricana. Ne abbiamo parlato con Sergio Cecchini, direttore della comunicazione di Msf.
Com’è la situazione in Kenya dove la crisi post-elettorale, ampiamente seguita dai media, ora con il governo di coalizione?
Quando ci sono stati gli scontri sì, poi c’è stata una copertura sul negoziato politico ed è sparita completamente la quotidianità di chi quella crisi la viveva sulla propria pelle. Trecentomila persone vivono in campi sfollati, lentamente stanno trovando una sistemazione ma non hanno la possibilità di tornare da dove sono venuti. C’è stata una ricomposizione in base all’etnia su zone importanti del Kenya come la Rift valley, che è il polmone agricolo e turistico del kenya. Persone fuggite da villaggi non possono far più rientro in quelle zone perché hanno paura di tornare nel luogo da cui sono stati cacciati; magari da quelle persone che la mattina stessa stavano chiacchierando davanti a un bar e che la sera si sono presentati con macete e mazze intimando di andarsene, picchiando e uccidendo e intimando i sopravvissuti di andarsene.
Su questa lettura ‘etnica’ della crisi ci sono state divisioni. Molti puntavano il dito sul problema dell’accesso alla terra: c’è una crisi in Africa e subito è bollata come etnica. Contesti questo fatto?
Non si può dare una lettura generalizzata: solo una violenza politica o è solo una violenza economica, ci sono vari fattori. I due leader in competizione che si sono scontrati, appartengono a diverse fazioni. Questo ha avuto un peso sia diretto che indiretto, perché qualcuno ha voluto soffiare sul fuoco, ma sicuramente conflitti di tipo etnico sono evidentemente legati alle etnie che stanno al potere.
Faccio un esempio, all’inizio di febbraio, alcune persone ferite o sfollate non volevano andare all’ospedale perché dicevano che quell’ospedale si trovava in una zona che non apparteneva al loro gruppo etnico e quindi non si fidavano. Abbiamo visto in alcune cliniche il personale medico non assicurare lo stesso servizio a persone provenienti da gruppi etnici diversi. Anche durante le negoziazioni la violenza è continuata. In modica quantità, per non dare troppo nell’occhio.
In cosa consiste l’intervento di Medici senza frontiere in Kenya?
Il primo intervento a gennaio quando sono scoppiati i primi scontri mirava a supportare le strutture sanitarie locali che avevano subito la fuga del proprio personale. Si trattava di verificare che nelle zone colpite ci fossero medici. E fornire personale di supporto: anestetisti o medici che si installavano lì per 3 o 4 giorni in attesa che il ministero della salute trovasse una persona di rimpiazzo. Coprire da una parte questi buchi e dall’alta muoversi dove erano gli scontri per dare un primo soccorso, per cui è stato messo a punto su un sistema di cliniche mobili. Adesso siamo nelle stagione delle piogge e per molti campi rappresenta un problema dal punto di vista igienico e quindi bisogna costruire una struttura temporanea.
Sul lungo termine ci sono due problemi principali: l’Aids, il Kenya è uno dei paesi con la più alta prevalenza di malati, un milione e duecentomila. Ogni volta che ci sono spostamenti in massa della popolazione c’è una crisi economica fortissima. Persone che hanno perso ogni forma di sostentamento economico. Il settore turistico è crollato, mentre il prezzo dei beni di necessità è salito alle stelle per cui in molte zone la prostituzione è aumentata. Questa crisi economica ha un grande impatto nel propagarsi dell’Aids. E nei giorni della crisi abbiamo dovuto mettere su un protocollo di emergenza. Un numero verde per pazienti sieropositivi che fuggendo non sapevano più dove prendere i propri farmaci e da chi farsi visitare.
Quindi è su questo che lavorerete?
Sì. È la cosa più drammatica, in termini del domani può costare più vite degli scontri. Trecentomila sfollati in piena crisi economica e con la prostituzione possono avere un impatto peggiore di quello delle guerre.
Nel continente africano quali sono i conflitti dimenticati?
Tre sono da menzionare perché molto diversi: c’è la Repubblica centro africana, del tutto ignorato. Nel paese ci sono sacche di conflitto estremamente frammentate e con banditismo. Il Darfur al contrario è un contesto che ha visto un incremento di visibilità riflessa dall’impegno di personaggi noti. Data dal lancio di grosse azioni di sensibilizzazione come un doppio cd sul Darfur o la giornata mondiale del Darfur, che però fanno parlare di più del prodotto che della realtà. Il rischio è che viene tolto spazio alla cronaca o che sia un giornalista dello spettacolo a scrivere della star americana che riceve un premio a favore del Darfur. Si è parlato tantissimo ad esempio del Darfur rispetto all’iniziativa di alcune star statunitensi di boicottare le olimpiadi di Pechino perché la Cina è coinvolta in Darfur. Ecco, la notizia parla dell’impegno di queste star ma non parla di quello che succede oggi in Darfur. Non esce mai una notizia dell’aviazione sudanese che ha fatto un attacco e della conseguente fuga di persone. Ma Mia Farrow parla del Darfur e dice boicottiamo le olimpiadi di Pechino. Questo è abbastanza preoccupante perché è una tendenza in crescita. L’impegno delle star. Lodevole. Ma poi quando l’editoriale sul grande quotidiano viene affidato a una di queste star che di Darfur conosce molto poco e viene battezzata come portavoce… è preoccupante.
Anche perché, se il giornale ha una altra notizia interessante sul Darfur ma non ha la star diventa automaticamente una non notizia…
Oppure se succede una cosa grave ti dicono «E’ ma sai ne abbiamo parlato due giorni fa». E, forse per motivi economici, i giornalisti che vanno in Darfur lo fanno al seguito di eventi importanti. Una visita di 48 ore nel posto più visitato del Darfur senza avere la possibilità di muoverti. È difficilissimo per un giornalista entrare in Darfur, le restrizioni sono pazzesche. E la cronaca sparisce.
Eppure ci sono campi di sfollati con ottantamila persone che si sono trasformati in città. E da un certo punto di vista hanno cambiato la quantità demografica. Ottantamila persone che vivono in una città, dal 2004 stanno li. Il problema è che appena si esce da questi posti qui le condizioni di sicurezza non esistono più: la donna che va a prendere la legna o l’acqua, che esce dal campo per qualunque motivo rischia, le violenze sono molto frequenti. È difficile gestire la situazione, in tutte le zone lontane da questi centri il conflitto è continuo. Il Darfur è grande quanto la Francia, e spesso non si possono usare le macchine perché si viene attaccati, o vengono rubate e ci sono moltissime zone dove ogni giorno c’è una situazione di conflitto tribale.
Quanto al Congo, quest’anno solo 5 notizie e tutte rispetto al ferimento di un italiano nel post elezioni; mentre l’anno precedente era stato seguito moltissimo, soprattutto per le elezioni del 2007.
Quali giornali prendete in considerazione?
Noi abbiamo preso i telegiornali, Rai e Mediaset. La famiglia media italiana vede queste cose, per cui è anche una provocazione… ogni tanto facciamo anche qualche provocazione demagogica, ad esempio quella che abbiamo fatto a settembre dell’anno scorso: abbiamo contato, nel periodo estivo, quante volte avevano parlato dell’arresto di Paris Hilton e quante volte avevano parlato del Darfur. Ed è emerso che di Paris Hilton avevano fatto 64 servizi, del Darfur ne avevano fatti una ventina…
Dato che tu sei il direttore della comunicazione, ci risulta che il potere delle lobby farmaceutiche sulla comunicazione in Italia è piuttosto forte. Ci racconti qualche cosa da questo punto di vista?
Posso citare un episodio che avvenne alcuni anni fa, quando lanciammo una campagna di informazione sul tema dell’accesso ai farmaci. C’era un malato di tubercolosi messo male e i pacchi di farmaci con sopra scritto «no». La campagna fu rifiutata da alcuni settimanali di grosso calibro perché il loro settore marketing aveva valutato controproducente inserirla e rischiare cosi di essere sgradevole alle case farmaceutiche, i più grandi acquirenti di spazi pubblicitari assieme alle case automobilistiche: avrebbero potuto non gradire che accanto al rossetto o al mascara ci potesse essere un così chiaro segno di riferimento al mercato farmaceutico e al fatto che, se da una parte vengono sei milioni di euro per la ricerca di prodotti contro la calvizia, dall’altra il test per la tubercolosi risale al 1883. È una malattia che uccide milioni di persone l’anno. Dal 1883 al 2008…
Ci sono malattie considerate più sexy. Nessuno si è mai battuto nel 2008 per avere un test per l’adb che fosse al passo con i tempi, tutti si sono battuti, giustamente, per l’Aids; c’è bisogno che l’impegno sulle malattie sia a 360 gradi e non penalizzante rispetto ad altre. Nel 2000 le case farmaceutiche si riunivano per impedire al sud Africa di produrre farmaci, ad esempio per i malati di Aids ad un costo sostenibile – allora il costo era di diecimila dollari l’anno per paziente – poi, di fronte all’oposizione dell’opinione pubblica internazionale, le case farmaceutiche fecero retromarcia e i mezzi di informazione diedero grande importanza a questa battaglia di civiltà. Oggi il costo della terapia è di circa 150 dollari a paziente. Dietro ad ogni angolo c’è però un’insidia, per cui bisogna stare attentissimi perché, al grosso paese di prodotti farmaceutici generici come l’India, una casa farmaceutica come la Novatis cerca di imporre degli accordi o di far cambiare una legge.
E’ agghiacciante che non esista un farmaco anti Aids in posologia pediatrica. Perché nel mondo benestante è estremamente raro che un bimbo si ammali. Nei paesi meno fortunati invece accade e bisogna prendere le pillole fatte per gli adulti, sbriciolarle. Un bambino malato di Aids deve ricevere cure entro il suo secondo anno di età, se no muore. E vedere queste scene, i genitori che ogni giorno sbriciolano la pasticca e si conservano quello che avanza, fa davvero rabbia.






