La Shell chiamata in giudizio in Argentina

La multinazionale petrolifera anglo-olandese è stata citata in giudizio per i danni ambientali e alla salute dei cittadini causati dalle sue attività estrattive. L'ultimo anello di una lunga catena di procedimenti legali contro il colosso del petrolio.

Record di denunce per la multinazionale petrolifera Shell

Dopo Olanda, Irlanda, Nigeria, Filippine, Russia, Inghilterra e Brasile, anche l’Argentina ha deciso di ricorrere in giudizio contro la multinazionale petrolifera ango-olandese Royal Dutch Shell, accusata di violazioni alle legislazioni ambientali e di disastro ecologico.
Lo ha annunciato il Foro cittadino per la giustizia e i diritti umani [Foco] che ha despositato lo scorso 28 di maggio, assieme ad altre associazioni tra cui Amigos de la Tierra Argentina, una richiesta di citazione in giudizio contro la multinazionale presso la Cancelleria argentina e contemporaneamente presso il foro olandese competente. La richiesta di giudizio è rivolta all’impianto Capsa della Shell, situato nel polo petrolchimico argentino Dock Sud, accusato di violare le norme nazionali ed internazionali in materia ambientale e sociale e di produrre gravi conseguenze sull’ambiente e sulla popolazione insediata nell’area adiacente. Conseguenze che hanno già portato alla chiusura preventiva dell’impianto da parte della Segreteria argentina per l’ ambiente e lo sviluppo sostenibile.
La denuncia è fondata sugli innumerevoli esposti presentati dalla popolazione vittima della contaminazione provocata dall’impresa, che opera nel paese sin dagli anni trenta, e che ha prodotto conseguenze devastanti: avvelenamento dei terreni e delle acque superficiali, contaminazione dell’aria e delle falde acquifere, aumento delle malattie nella popolazione, contaminazione della fauna e della flora.
Gli abitanti delle zone più esposte alle conseguenze delle attività estrattive hanno chiesto più volte all’impresa la creazione di uno spazio di dialogo per cercare soluzioni effettive alle gravi violazioni dei diritti umani sofferta dalle comunità residenti. Richieste finora cadute nel vuoto.
Tra i punti centrali della rivendicazione delle comunità ci sono lo studio di meccanismi reali di partecipazione permanente degli abitanti nelle decisioni che riguardano gli impatti delle attività; la compensazione economica dei danni alla salute della comunità, lo spostamento, a spese dell’azienda, degli abitanti in zone salubri e la bonifica delle zone contaminate. Questa ennesima denuncia internazionale rappresenta un nuovo duro colpo per l’impresa, una delle più importanti e aggressive multinazionali del petrolio, che si trova nel bel mezzo di una offensiva che arriva da più fronti. Anche questa denuncia infatti, tende a far sì che i governi coinvolti [Argentina e Olanda] contribuiscano al processo di risarcimento e compensazione del danno causato oltre che, naturalmente, a dare visibilità all’annoso problema degli impatti della Shell su ambiente e comunità insediate. Un problema ricorrente nella storia dell’impresa e sfociato negli ultimi anni in una lunga serie di denunce proposte contro la Shell in Olanda, Irlanda, Nigeria, Filippine, Inghilterra e Brasile. In Nigeria, soprattutto, le attività della multinazionale sono una delle cause del persistente conflitto per il controllo delle risorse petrolifere della regione del Delta del fiume Niger. Oltre alla partecipazione nella repressione della protesta degli Ogoni, uno dei popoli del Delta, negli anni novanta, la Shell è implicata direttamente nella devastazione ambientale che colpisce il cuore petrolifero della Nigeria e nella corruzione del governo federale nigeriano. Tanto i movimenti di resistenza armata attivi nel Delta, a partire dal Movimento di emancipazione del Delta del Niger [Mend] hanno scelto le installazioni petrolifere della Shell e di altre multinazionali petrolifere [tra cui l’italian Eni] come bersaglio delle azioni di guerriglia. Negli ultimi due anni, gli attacchi della guerriglia hanno costretto la Shell a tagliare di un quinto le esportazioni dalla Nigeria. Senza però arrivare a ripensare l’intera politica di rapporto con le comunità locali, che in Nigeria come in Argentina, sono considerate dai vertici aziendali quasi un elemento di disturbo.

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