Il tour del presidente uscente degli Stati uniti mira ad avere l'assenso europeo alla prova di forza contro l'Iran. In una Roma blindata, l'incontro con il «vecchio amico» Berlusconi e con il papa. Per parlare anche di difesa dei «valori», l'altro pilastro della guerra al «terrorismo».
E’ un imperatore stanco e dimezzato, il George W. Bush arrivato a Roma per completare con gli incontri con Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano e papa Benedetto XVI la tournée d’addio nel Vecchio continente. Non è più il Bush del post 11 settembre, che aveva dietro di sé un paese sconvolto per gli attacchi alle Torri gemelle, né il Bush dell’effimera dichiarazione di vittoria sull’Iraq di Saddam Hussein. Dopo otto anni, la sua presenza alla Casa bianca è diventata il simbolo di una crisi, economica e politica, che ha fatto degli Usa «una nazione tra le altre», come aveva lucidamente previsto Immanuel Wallerstein all’indomani della intempestiva dichiarazione di «lavoro compiuto» del primo maggio del 2003. Le richieste del presidente sono sempre le stesse: più impegno nella lotta contro il «terrorismo» [in Iraq e in Afghanistan] e più durezza contro l’Iran. Questo, anzi, è il ritornello dominante del tour europeo che chiude, con una certa mestizia, il doppio mandato presidenziale.
Non bastano i numeri dell’imponente corteo presidenziale a risollevare l’immagine del presidente. Le quindici auto blindate già arrivate a Roma a bordo dei colossali C17 da trasporto, i diecimila uomini e donne che presidieranno i percorsi del presidente, le centinaia di agenti dei servizi di sicurezza statunitensi che ne assicureranno la protezione sono una dimostrazione di forza che ha più a che fare con la retorica dei presunti «potenti» che con la effettiva necessità di guardare il corpo del re. Anche la città ha risposto con relativa indifferenza. Senza il grande corteo nel 2006 diede a Bush il non-benvenuto. Non perché i movimenti sociali e pacifisti siano più stanchi di allora, né perché Bush sia meno detestato ma perché anche nella percezione diffusa, gli occhi sono puntati sul prossimo inquilino della Casa bianca, sperando che non sia il repubblicano McCain, che per certi aspetti è perfino peggio di Bush. Solo il governo italiano, riconquistato dagli atlantisti più ciechi nelle elezioni del 13 e 14 aprile, si prepara ad accogliere Bush con una cordialità fuori stagione. Il ministro degli esteri Franco Frattini e quello della difesa Ignazio La Russa, alle commissioni difesa di camera e senato, poche ore fa, hanno già annunciato l’abbattimento dei «caveat» che regolano l’impiego delle truppe italiane in Afghanistan e hanno annunciato l’aumento del contingente di carabinieri che in Iraq partecipa all’addestramento della polizia. Non sono misure significative dal punto di vista militare, ma pesanti dal punto di vista politico. Segnalano che l’Italia, dopo il biennio «freddo» del governo Prodi, è tornata nella «coalizione dei volenterosi», uno dei più riusciti giochi di politica estera statunitense degli ultimi decenni che rischia di passare, con qualche correzione di facciata, anche alla nuova amministrazione, quale che sia. Il banco di prova della «rinnovata» coalizione potrebbe essere l’Iran, oggetto delle preoccupazioni statunitensi [e israeliane] da prima che l’Iraq rubasse la scena.
Nelle ultime settimane, Bush ha rincarato la dose contro la repubblica islamica e ha accentuato la correzione di tiro già messa in campo dalla sua amministrazione. La «colpa» dell’Iran non è solo quella di procedere con un programma atomico considerato «pericoloso» dalle principali potenze nucleari del pianeta, ma anche, anzi soprattutto, di «causare» l’instabilità in Iraq e in Libano. Insomma di essere una minaccia per la pax americana che Bush ancora spera di instaurare in Medio oriente, nonostante il fallimento di tutti i piani che i neo-conservatori avevano apparecchiato per la regione. La retorica bellica anti-iraniana serve a tirare la volata a McCain contro Obama. Come per l’Iraq nel 2003, il governo italiano–già escluso dal Gruppo di contatto che tratta con Teheran–rischia di essere pronto ad ascoltare le sirene della Casa bianca. Pur sapendo che di sirene di tratta.






