Il primo numero da tenere sotto controllo, sarà l’affluenza alle urne: se meno della metà degli irlandesi si prenderà la briga di votare per ratificare o respingere il Trattato di Lisbona, allora una vittoria del «no», secondo gli esperti, è molto probabile. Dublino, per oggi, è al centro dell’attenzione se non dei cittadini almeno dei governi dei 27 paesi dell’Unione europea. L’Irlanda è l’unico stato membro dove il Trattato di Lisbona che ridisegna l’architettura istituzionale dell’Ue viene sottoposto a referendum. In tutti gli altri paesi, sono stati e saranno i parlamenti nazionali a decidere. Tutti i partiti irlandesi, tranne il Sinn Fein, sono per il «sì», ma come già in Francia, in Olanda e nella stessa Irlanda tre anni fa, il fronte del «no» può contare su una campagna elettorale creativa, aggressiva e con qualche nome eccellente come testimonial. Tanto potrebbe bastare, sommato alle trasformazioni che negli ultimi dieci anni l’isola ha vissuto grazie ai trasferimenti di fondi dell’Ue e a una versione «celtica» di neoliberismo che ne ha modificato l’economia e la società. Non basterà di certo il voto irlandese, quale che sia il risultato, a bloccare l’Europa «dall’alto», dei governi e della Banca centrale. La macchina istituzionale dell’Ue, lontanissima dai cittadini, somiglia sempre di più a un moloch tecnocratico, con ben scarsa legittimazione democratica, e con una strana oscillazione, secondo le materie, tra l’iper-regolazione omologante e il laissez faire più disinvolto. Il voto irlandese, invece, potrebbe servire a riprendere il dibattito interrotto tre anni fa, quando la vittoria dei «no» sembrò aprire, e subito chiuse, la possibilità di un’Europa diversa.






