Si avvicina il giorno del ballottaggio per le elezioni presidenziali in Zimbabwe, anche se ormai la partita non si gioca più nelle urne. Il 22 giugno infatti, il leader del partito di opposizione Morgan Tsvangirai si è ritirato dalla corsa di fronte al crescere delle violenze contro i suoi militanti. Sarebbero almeno 86 le vittime tra le file del Movimento per il cambiamento democratico [Mdc] e più di 200 mila persone sono state cacciate dalle proprie case. Da tre giorni, Tsvangirai ha trovato rifugio nell’ambasciata olandese di Harare, per sfuggire all’arresto.
Ieri il presidente Robert Mugabe si è detto pronto a negoziare, ma «solo dopo le elezioni» e ha ribadito che il secondo turno si svolgerà perché Tsvangirai non può ritirarsi. E le pressioni internazionali non sono per ora riuscite a fermarlo.
Gli Stati uniti hanno fatto sapere che non riconosceranno l’esito del voto. Un alto funzionario del dipartimento di stato statunitense, Jendayi Frazer, ha dichiarato alla Bbc che Mugabe non può rivendicare la legittimità di una vittoria conseguita nell’attuale clima di violenze dirette contro l’opposizione ed i suoi sostenitori. «La gente è stata pestata e ha perso la vita solo per esercitare il diritto di scegliere il suo leader e quindi non possiamo – ha detto Frazer–in queste condizioni, riconoscere l’esito se, nei fatti, questo voto verrà celebrato».
Intanto Morgan Tsvangirai ha lanciato un appello ai capi di stato perché inviino in Zimbabwe «una forza militare con il ruolo di forze di pace per proteggere il popolo e indire nuove elezioni presidenziali». Con una lettera pubblicata oggi dal quotidiano britannico The Guardian, chiede alla comunità internazionale di intervenire militarmente nel paese. «Non vogliamo un conflitto armato ma il popolo ha bisogno che le parole di indignazione dei leader mondiali siano supportate dalla rettitudine morale di una forza militare», scrive Tsvangirai aggiungendo che queste truppe dovrebbero avere il ruolo di peacekeeper per «separare il popolo dall’oppressore». Il leader dell’Mdc chiede inoltre «all’Onu di andare oltre la recente risoluzione di condanna della violenza nello Zimbabwe, prevedendo l’effettivo isolamento del dittatore Mugabe».
Il leader del Mdc ha parole dure anche contro «diplomazia calma del presidente del Sudafrica Thabo Mbeki, contraddistinta dal suo stanco approccio, che cerca di di coccolare un dittatore sconfitto piuttosto che mostrargli la porta e spingerlo verso l’uscita». Una posizione condivisa da diversi paesi dell’Africa australe, tanto che Mbeki non partecipa alla riunione di emergenza della Comunità per lo sviluppo dei paesi dell’Africa australe [Sadc] che si tiene oggi a Mbabane, in Swaziland, alla presenza dei capi di stato di Tanzania, Angola e Swaziland e Zambia. Secondo un comunicato diffuso dalla presidenza sudafricana, Mbeki «non è stato invitato al summit», nonostante sia stato incaricato dalla Sadc della mediazione in Zimbabwe. Segno delle profonde divisioni tra i paesi della regione sulla strategia da seguire per uscire dalla crisi.
Nonostante la crisi politica però, gli affari continuano. Secondo il Times, la multinazionale mineraria Anglo American, con sede a Londra, si è detta pronta a investire ben 400 milioni di dollari nel paese per la costruzione di una miniera di platino – uno dei minerali più costosi e ricercati del mondo, che viene usato nell’industria elettronica e automobilistica–a Unki, nel centro del paese. Un progetto che fa discutere in Gran bretagna visto che il paese è coinvolto nel tentativo di bloccare le violenze e garantire elezioni regolari. Molti condividono la netta posizione del tesoriere del Mdc, Roy Bennett, secondo cui «le aziende che fanno affari in Zimbabwe tengono in vita il regime. Anglo American è complice del regime perché qualsiasi cosa faccia in Zimbabwe sostiene il regime. Il denaro investito è un’ancora di salvezza per i politici e il governo dello Zanu-Pf [il partito al governo, ndr]».






