Pubblichiamo l’articolo apparso su La Stampa di oggi, 25 giugno, di Vittorio Sabadin
I giornali inglesi la buttano in politica e vedono nel voto in programma per oggi alla Camera dei Comuni l’ennesima occasione nella quale il governo di Gordon Brown potrebbe andare sotto. Ma la legge che verrà votata (e che quasi sicuramente sarà approvata) a Westminster avrà conseguenze molto più importanti e in un certo senso anche storiche. Per la prima volta, uno Stato democratico impedirà ai cittadini di fare valere le loro proteste quando un’autostrada, un aeroporto, una ferrovia, una centrale nucleare o un impianto eolico deve essere costruito sul loro territorio.
E’ la fine di una espressione tipicamente inglese, ma diventata abituale in tutte le democrazie: «not in my backyard», non nel mio cortile, che in Italia è stata applicata all’alta velocità della Valle di Susa come agli inceneritori dell’immondizia di Napoli, per non parlare di quando si riaprirà seriamente il dibattito sul ritorno al nucleare: sono opere sicuramente necessarie, ma – per favore – fatele da un’altra parte. Come tanti governi europei, anche quello di sinistra di Gordon Brown è stanco di assistere alle continue proteste delle comunità locali ogni volta che si parla di nuove opere che rivestono un’importanza strategica, come le turbine eoliche e le moderne centrali nucleari che dovrebbero ridurre la dipendenza dal petrolio. La legge inglese prevede che i cittadini possano trascinare in giudizio il governo e che le decisioni possano essere riviste. Gli avvocati pronti a perorare cause non mancano e anche nei casi migliori passano anni prima che si arrivi ad una soluzione definitiva. La nuova legge, il Planning Bill, stabilirà che sia un comitato formato da esperti, nominati dal governo, a decidere in quali località installare i nuovi impianti o fare passare le ferrovie ad alta velocità (il Network Rail è già pronto a realizzare sei nuove tratte), costruire dighe o centri di raccolta e di riciclaggio dei rifiuti, senza che le comunità locali abbiano la possibilità di esprimersi. «E’ un’iniziativa antidemocratica – ha detto all’Independent Naomi Ludhe Thompson, dell’associazione Amici della Terra – che impedisce alle persone di essere coinvolte in scelte che modificheranno la loro vita. Finora la gente poteva chiedere un’indagine, convocare testimoni ed esperti, ma ora potrà solo protestare inutilmente senza che il governo sia obbligato a rispondere». Molti parlamentari, sia laburisti che conservatori, hanno espresso dubbi sul provvedimento, che conferirà tutti i poteri ad un comitato che nessuno avrà eletto. Dal loro punto di vista, oltre alla democrazia, bisogna difendere la rappresentatività parlamentare e – anche se non lo dicono – la possibilità di sfilare in testa al corteo di protesta ed essere intervistati dalla tv. John Grogan, uno dei leader dei laburisti ribelli, ha spiegato che c’è un limite ai vantaggi del governare attraverso anonimi comitati di esperti. «Ogni progetto deve avere una firma sotto, deve avere un parlamentare che si alzi e spieghi alla gente perché è necessario». Il leader dell’opposizione, David Cameron, sostiene che il provvedimento «è un divorzio dal processo democratico, che priva le persone del fondamentale diritto di esprimersi sia a livello nazionale che locale». Nonostante un’opposizione trasversale è molto probabile che il progetto venga approvato. Brown lo ha limato in questi giorni per renderlo più accettabile con «comitati di verifica» che dovrebbero evitare di trasformare la commissione in un organo dittatoriale. Inoltre, dopo due rinvii, il giorno del voto è stato scelto con cura: alla vigilia dell’elezione del deputato di Henley al posto del nuovo sindaco di Londra, Boris Johnson. L’elezione sarà un affare tra conservatori e liberal-democratici e molti parlamentari dell’opposizione saranno nel collegio per la campagna e non voteranno. Comunque la si giudichi, la nuova legge inglese costituirà un precedente importante per tutte le democrazie che sono alle prese con sfide che non riescono a governare. Forse, se vorremo fermare la Cina, dovremo come i cinesi fare prevalere l’interesse pubblico su quello privato, almeno nelle grandi opere. Inoltre, molti autorevoli esperti sostengono che la crisi dell’energia, del cibo e dei mutamenti climatici rappresentano ormai un pericolo maggiore del terrorismo per la sicurezza nazionale degli stati. Per affrontarlo con la fretta che è necessaria, sembra pensare Gordon Brown, non c’è altro modo che sospendere la democrazia (come è stato in parte fatto per combattere Al Qaeda), togliendo la parola a tutti gli ostinati difensori dei cortili di casa.
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