Zimbabwe, one man election

Per Sua Maestà britannica, da ieri Mugabe non è più «sir». Ma la revoca del titolo di cavaliere onorario, decisa da Londra in segno di «disgusto per le violazioni dei diritti umani», non è che uno dei numerosi – e sinora sterili – atti formali di denuncia da parte della comunità occidentale per le violenze e gli abusi che hanno contraddistinto il clima pre-ballottaggio in Zimbabwe, dopo le presidenziali del 29 maggio scorso.

Le elezioni saranno una messinscena: illegali, in quanto l’oppositore Morgan Tsvangirai del Movement for democratic change [Mdc] si è ritirato, e Mugabe correrà da solo; insanguinate, dato che la campagna è stata macchiata da oltre 90 omicidi di membri del Mdc da parte dei militari fedeli allo Zanu-Pf di Mugabe; illegittime, poiché non contempleranno osservatori [ai 500 inizialmente approvati dal governo, contro gli 8 mila del 29 marzo scorso, non è stato approvato l’accredito, e gli osservatori indipendenti non parteciperanno perché non esistono adeguate condizioni di sicurezza]; farsesche, secondo gli Stati uniti; né libere, né eque, secondo le Nazioni unite; fallimentari, secondo Nelson Mandela, che ha riconosciuto il «tragico destino di un paese».

Alle dichiarazioni d’intenti, alle condanne formali, al biasimo ufficiale che accomuna le dichiarazioni delle cancellerie occidentali, si uniscono le pressioni della Sadc [Comunità per lo sviluppo dei Paesi dell’Africa meridionale], che in un comunicato firmato dal presidente Tomaz Augusto Salomao, parla di «una situazione corrente che mina la credibilità e la legittimità del risultato elettorale», esortando Harare a rimandare il voto. Secondo i commentatori della stampa internazionale, i 14 stati australi del continente stanno «facendo il vuoto» intorno a Mugabe, che sarebbe «sempre più isolato» anche dopo l’atteggiamento, meno compiacente che in passato, di un suo sostenitore storico, il presidente sudafricano Thabo Mbeki. Ma la mediazione della Sadc, ha finora prodotto risultati nulli. I mediatori, o «facilitatori» dell’organizzazione hanno continuato per mesi, negli anni seguiti alle elezioni del 2003, a organizzare incontri tra le parti, sapendo di non avere alcun potere per risolvere la crisi politica interna.

Anzi, la Sadc ha tacitamente «approvato» la politica di Mugabe, a cominciare dalla riforma terriera, facendo appello, lo scorso anno, alla rimozione di tutte le sanzioni da parte della comunità internazionale e mantenendo un atteggiamento di totale disinteresse di fronte alle violazioni dei diritti umani. Difficilmente l’opera di «mediazione» di questi giorni da parte della Sadc, lacerata anche da lotte intestine riguardo una linea comune da tenere nei confronti di Mugabe, servirà a qualcosa. Se le scorse tornate elettorali [2000, 2002, 2005] hanno significato la sospensione del sostegno finanziario, degli aiuti allo sviluppo e di sanzioni mirate al paese da parte della comunità internazionale, la percezione che si ha oggi è che la crisi sia irreversibile, e che la situazione nel paese abbia raggiunto un livello tale, secondo quanto sostiene il premier kenyano Raila Odinga, da far prefigurare scenari da guerra civile.

Mentre l’Australia suggerisce ai suoi cittadini di non recarsi nel Paese, Morgan Tsvangirai continua a far appello al dialogo, ma solo se arriverà un’offerta da Mugabe prima del voto. «Ogni ipotesi di negoziato è esclusa se Mugabe si dichiara il vincitore delle elezioni e riconferma se stesso presidente», ha detto Tsvangirai. Il numero due del Mdc, Tendai Biti, è stato oggi liberato su cauzione. Un gesto che, tuttavia, sembra non preludere a possibili aperture da parte di Mugabe, la cui campagna elettorale è terminata ieri sera. Oggi si vota. Il presidente-padrone rimarrà al suo posto. La peggiore crisi umanitaria dai tempi dell’indipendenza si aggraverà ulteriormente. Il paese continuerà nel suo inarrestabile, catastrofico declino. Ma, almeno, la comunità internazionale «non riconoscerà il risultato del voto».

Mail_long
11 ottobre 20 ottobre 4 novembre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abbonati abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api aprilia Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biodiversità biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna Bolzano borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Camerun Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro Cisgiordania città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comuni comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro