E’ stata prima di tutto un’ottima mossa di propaganda per il regime di Pyongyang, la distruzione della torre di raffreddamento dell’impianto nucleare di Yongbyon: l’evento è stato ripreso da troupe televisive di tutto il mondo, invitate per l’occasione nel paese, altrimenti chiuso e impenetrabile come una prigione. Con questo gesto, la Corea del nord ha voluto dimostrare di essere pronta a rinunciare alle proprie armi nucleari, anche se ancora non ha fornito alcn dettaglio sulla reale consistenza dei suoi arsenali. Gli Stati uniti, comunque, hanno già depennato il paese dalla lista nera degli «stati canaglia» e si godono un successo diplomatico [loro e della Cina] costato due anni di difficili trattative. Il reattore di Yongbyon era già fuori servizio da circa un anno ed era stato spento nel quadro di un accordo a sei [Usa, Cina, Corea del nord, Corea del sud, Russia e Giappone] in cambio di aiuti umanitari per un’economia prossima al collasso completo e per la fine dell’isolamento diplomatico. Rimangono aperte molte questioni e in particolare una che sta a cuore agli Usa: la Corea del nord è infatti accusata – con qualche fondamento a quanto pare – di aver promosso la «proliferazione» nucleare verso altri paesi che Washington considera «pericolosi». Nella lista ci sono anche la Siria e, secondo alcune analisi, anche l’Iran, soprattutto per la tecnologia per costruire i missili capaci di portare eventuali testate nucleari, che Teheran, comunque non ha e dice di non volere. Gli Stati uniti aspettano che la Corea del nord possa fornire qualche dettaglio «utile» alla loro campagna.
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