Il racconto del viaggio a piedi per 75 miglia lungo i sentieri battuti dai migrantes sulla frontiera tra Stati uniti e Messico. E' il Migrants' Trail, ogni anno, dal 2004, organizzato dalla Coalicion de derechos humanos di Tucson, Arizona.
La scorsa estate mi sono svegliata da un pisolino ed ero furiosa e spaventata.
Quel giorno, per nessun motivo in particolare, sono riemersa dalla rovente immobilità del riposino pomeridiano pensando: No creo en Dios ni en dioses, Non credo in Dio né negli dei. Leggevo quelle parole come se le avessi impresse all’interno delle palpebre. Se ne stavano lì, conficcate nella materia grigia, e non sapevo che farmene.
Quasi un anno dopo, ero su un’ampia sporgenza sopra l’Altar Valley, nell’Arizona meridionale, dall’altro lato delle terre degli indiani O’odham e del Buenos Aires Wildlife Refugee. Avevo attraversato quel tratto del deserto di Sonora con l’aiuto di altre sessanta persone: insieme stavamo completando la quinta edizione del Migrant Trail. Camminavamo per protestare contro le centinaia di morti che ogni anno avvengono in quel corridoio di terra. Ci avevamo impiegato una settimana, riposando ogni pomeriggio e passando la notte in tenda, al caldo. Avevamo camminato accanto alle superstrade e lungo sentieri ben tracciati. L’ultima tappa del nostro percorso ci avrebbe portato a Tucson; a quel punto, saremmo stati a 75 miglia dal confine di Sásabe, nello stato di Sonora. Non riesco a immaginare come qualcuno – chiunque – possa mai compiere questo viaggio da solo.
In quanto antropologa, il mio lavoro è la cultura: quell’assortimento di vasti, stravaganti, stupidi e divini modi in cui viviamo ogni giorno le nostre vite. Ma, durante il Migrant Trail, ho scoperto che la prospettiva antropologica è maldestra, se non inutile. Quella marcia era un’esperienza e un’osservazione in cui l’anima, non solo la mente, assumeva la massima importanza.
Stavo su quella sporgenza, dopo l’alba, in cerchio con i miei compagni d’avventura. Nel frattempo, Maria stava intonando un canto. Inspirai e girai le mani all’insù per ricevere la sua benedizione: mi toccò il palmo con una penna d’aquila e mi cosparse da capo a piedi con il fumo di salvia bruciata. La sentii bisbigliare: «Dio ti benedica». Stringevo tra le mani la bianca croce di legno che portava il nome di Eugenio Guerrero Gutiérrez, 39 anni, morto l’anno scorso nel deserto.
Credo che il Migrant Trail sia una sfida alla deificazione – Dio e gli dei – delle cose che ci separano da noi stessi e dagli altri: le frontiere, le credenze e le leggi criminalizzano la libera circolazione degli esseri umani sul pianeta. La nostra specie si sposta ormai da tempo, ma il costo di quello spostamento è ben più alto per alcuni che per altri.
Un fatto: le morti nel deserto di Sonora sono una deliberata conseguenza delle leggi che hanno obbligato i migranti ad affrontare le aree più insidiose del confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Un’osservazione: il Buenos Aires Wildlife Refugee ospita un mostro, una videocamera che ruota avanti e indietro per tutto il giorno e tutta la notte. È l’occhio di Sauron di Sonora. E non è l’unico.
Poi una breve considerazione: i cadaveri si anneriscono mentre si decompongono nel deserto.
Un nativo O’odham che era andato a far legna si è imbattuto nel corpo annerito di un ragazzo. Abbiamo incontrato l’uomo e la sua famiglia al sesto giorno della marcia. Aveva portato un bastone da preghiera, un’asta di mezzo metro avvolta da un nastro rosso con un sacchetto per il tabacco grande quanto una monetina, anch’esso avvolto con il nastro e legato alla cima del bastone. Era per il ragazzo morto. Da quando l’aveva trovato, l’uomo non era più riuscito a dormire: voleva che portassimo con noi il bastone così che il ragazzo potesse arrivare al termine del suo viaggio. L’uomo stava in piedi dietro al suo camioncino, con le figlie accanto a sé. Ognuno di noi, passando, ha stretto loro le mani. La mano della bimba più piccola è scomparsa nella mia. Avrà avuto tre anni.
Ogni mattina ci alzavamo prestissimo, prima dell’alba. Bevevamo un caffè, mangiavamo ciambelle fredde e risistemavamo il nostro equipaggiamento nei veicoli di supporto. Anche chi si attardava per una «pausa gabinetto», o era troppo sofferente per le vesciche, saliva su un’auto, fino a quando non raggiungeva gli altri o si sentiva meglio.
Camminavamo a un’andatura regolare, via via sempre più veloci.
Non c’eravamo portati né cuffie né i-pod, ma per giorni, finita la marcia, le canzoni che cantavamo mi sono arrivate da sole alle labbra. Ricordavo il canto dei Quaccheri che mi aveva insegnato Robin. Ricordavo Andrés intonare a squarciagola De Colores, tutto stonato. Ricordavo El Rey cantata da Rubén e Goodnight Eileen da Tom. A ogni sosta per l’acqua, Tom alzava il volume della musica nel furgone: corridos, rancheras e canti per i diritti civili.
A volte procedevamo in silenzio, oppure gridavamo i nomi scritti sulle croci che portavamo con noi. «Eugenio Guerrero Gurtiérrez». Ho legato una piuma di roadrunner, l’uccello corridore, alla sua croce. L’ultima mattina, Rubén mi ha regalato una rosa gialla, e io l’ho aggiunta alla piuma.
Nel deserto, le mie solite riflessioni evaporavano e mi riusciva impossibile scrivere. Ho buttato giù solo degli appunti succinti, come promemoria, e basta. Quelli di mercoledì riportano:
Crisi
Vomito
3 tornano a casa
3 dispersi
Un giorno, dopo aver montato l’accampamento, c’eravamo assopiti all’ombra delle tende. Mi sono svegliata per il respiro affannoso e irregolare di una compagna in preda a un attacco epilettico. È stata portata in ospedale e, alla fine, si è ripresa. Quel giorno hanno vomitato in molti. La paura di un virus gastrointestinale ha ispirato un ossessivo lavaggio delle mani prima dei pasti. Il pomeriggio, tre persone si sono allontanate dal campo, non viste dagli altri, e un angosciato gruppo di ricerca si è messo sulle loro tracce. Il deserto, come ci saremmo poi detti, è tutt’altro che sicuro: un cocktail di insolazioni, serpenti, agenti della Border Patrol. E pure di bajadores, banditi.
Un altro giorno, due migranti hanno raggiunto il nostro accampamento. Erano due uomini. Si sono seduti con alcuni degli organizzatori della marcia e, affamati, hanno mangiato ingobbiti sui piatti. Portavano maglie con maniche lunghe e pantaloni lunghi, grigi scuri e neri. Avevano lasciato le loro compagne qualche miglio più indietro: avevano troppe vesciche sui piedi per camminare. Alcuni degli organizzatori sono andati a visitarle: se le loro condizioni fossero state preoccupanti, avrebbero chiamato un’ambulanza, e le due donne sarebbero state ricoverate; ma i due uomini sarebbero stati scortati al di là del confine. Se invece avessero deciso di tener duro, avrebbero tentato la sorte nel deserto. Non abbiamo chiamato nessuna ambulanza.
Alla fine della marcia, quando siamo arrivati a costeggiare la Highway 286 che porta a Tucson, gli automobilisti suonavano il clacson e salutavano con la mano, come incoraggiamento. L’indiano O’odham e la sua famiglia si sono fermati per darci il bastone della preghiera. Non tutti sono stati altrettanto contenti di vederci. L’autista di un pickup azzurro tirato a lucido ha dato una lunga strombazzata e quando mi sono voltata ho visto un furioso dito medio alzato. Un tizio su una motocicletta è passato facendo rombare il motore e ha scosso il capo coperto dalla bandana, come a dire: «No. No, no, no». «’No’, cosa?», pensai. No, non si muore nel deserto?
Guardava dritto davanti a sé, ma il suo rimprovero era rivolto a noi. Ho l’impressione che in quella mancata franchezza, ci fosse paura, e credo di capire perché. Anch’io provo la stessa paura, di non aver ragione, di essere nel torto e che qualcuno me lo dimostri. È spaventoso pensare che forse stai dalla parte sbagliata, quando invece credevi di essere da quella giusta. La parte del bene, la parte che renderebbe questo mondo un posto migliore, anche se ci volesse un amore ostinato e un po’ di disciplina.
Il Migrant Trail mi ha spinto a confrontarmi con le contraddizioni tra pensiero e sentimenti, e a ricordarmi di quanto sono brava a razionalizzare la mia distanza dagli altri. In questa marcia ho sottovalutato un amico. E ho imparato a fidarmi di un altro. Ho sentito la mia mente correre come un criceto nella sua ruota. Mi sentivo avvilita. E poi incazzata, tanto per cambiare. Non mi aspettavo di vivere la marcia così intensamente. Non riuscivo a dare un senso logico alla sensazione che Eugenio Guerrero Gutiérrez, 39 anni, camminasse al mio fianco. Davvero. E ancora oggi non saprei dirvi perché sentissi il mio cuore trasformarsi come un camaleonte lungo il cammino nella valle, e poi scomparire.
Al confine, era polvere, ghiaia e vento secco.
Dentro al Buenos Aires Wildlife Refugee, si era rappreso nella spessa argilla crepata.
Il giorno seguente, era un vortice porpora e rosso sangue che mi si rovesciava nel petto.
Il giorno dopo ancora, palpitava di luce verde e gialla, con la forma di un vero cuore, l’aorta diretta verso l’alto e i ventricoli che si aprivano e chiudevano, aprivano e chiudevano.
E dopo più niente, credo. Solo un passo dietro l’altro, offerto in sacrificio.






