Inizia oggi in Turchia il terzo round di negoziati indiretti tra Israele e Siria, con la mediazione del governo di Ankara. L’obiettivo delle trattative, avviate ufficialmente circa due mesi fa, dopo un lungo lavorio diplomatico, è quello di arrivare a un trattato di pace tra i due paesi, ancora tecnicamente in guerra dal 1967. Ma è un obiettivo che per ora si scontra con l’ostinazione israeliana a tenere il possesso delle Alture del Golan, la fascia di territorio siriano occupata nel 1967 dove oggi vivono circa 20 mila coloni israeliani. La Knesset ha approvato lunedì in prima lettura una legge che, se entrasse in vigore [deve essere approvata ancora in seconda e terza lettura] renderebbe molto difficile la restituzione del Golan alla Siria. La legge, infatti, prevede che l’eventuale ritiro dovrebbe essere approvato con un referendum o con il voto favorevole di due terzi dei membri del parlamento israeliano. Sulla questione del Golan si era incagliata una prima fase dei negoziati, otto anni fa, ma questa volta, a fare la differenza, potrebbe essere una maggiore disponibilità siriana e il bisogno israeliano di avere un «fronte arabo» quantomeno tranquillo in caso di attacco all’Iran. In cambio della restituzione del Golan, Israele chiede alla Siria di tagliare l’appoggio ai gruppi palestinesi [Hamas innanzi tutto] e libanesi [Hezbollah, ma non solo]. Un’offerta difficile da accettare.






