Nella notte il presidente della Mongolia, Nambariin Enkhbayar, ha decretato lo stato di emergenza per quattro giorni dopo le sommosse dei giorni scorsi provocate da presunte frodi alle elezioni politiche. Un coprifuoco impedisce ai cittadini di circolare di notte e sono entrate in vigore restrizioni contro la stampa: solo la televisione di stato può diffondere notizie sulla situazione.
Gli ex comunisti hanno rivendicato la vittoria, mentre si aspettano ancora i risultati ufficiali. Secondo il ministro della giustizia Tsend Munkh-Orgil, cinque persone sono state uccise e 329 ferite [221 civili e 108 poliziotti]. Martedì sera, la polizia ha sparato pallottole di gomma e lacrimogeni contro gli 8 mila manifestanti. 718 persone sono state fermate. L’esercito è stato dispiegato oggi nelle strade della capitale Ulan Bator.
La sede del Partito popolare rivoluzionario mongolo [Pprm] è stata presa d’assalto dai manifestanti ieri sera, molti veicoli ed edifici sono stati incendiati. Dall’avvento della democrazia, nel 1992, democratici e ex comunisti si contendono il paese. Alle ultime elezioni legislative, nel 2004, i due partiti erano quasi in pareggio e sono stati così costretti a dare vita ad un governo di coalizione paralizzato dalle divisioni.
Il primo ministro Sanjaagiin Bayar [Pprm] ha accusato i democratici di aver scatenato le sommosse, accusando i comunisti di frode elettorale, ma per il leader dei democratici, Tsakhiagiin Elbegdorj, «la violenza è colpa del Pprm che ha comprato queste elezioni. E’ questo che ha provocato l’ira della gente». L’ex partito comunista, al potere dal 1921 al 1996, ha dichiarato di aver ottenuto la maggioranza al parlamento con 45 eletti su 76. I tre milioni di mongoli aspettano il giudizio della Commissione elettorale nazionale, che però non ha fissato nessuna data per i risultati ufficiali.






