In Giappone lo stanco rito del summit dei G8

Cambiano, lentamente, le facce delle foto di gruppo, e cambiano, un po', i temi in agenda. Il summit degli otto autoproclamati «grandi» però è sempre meno un evento mondiale. La crisi petrolifera, il caro cibo e la lotta alla povertà al centro dei colloqui del vertice di Toyako.

C’è una faccia nuova, quella di Dimitri Medvedev, e qualcuno che saluta gli amici del «club» per l’ultima volta, come George W. Bush. Ci sono le «photo opportunity» per la stampa internazionale e le abituali misure di sicurezza eccezionali, che hanno portato attorno a Toyako, sede del summit, sull’isola di Hokkaido, nel nord del Giappone, più di ventimila agenti, soldati e poliziotti. Ci sono anche, ma in tono minore rispetto agli anni passati, le proteste dei movimenti sociali altermondialisti. E ci sono stati, fin dai giorni precedenti l’avvio ufficiale del summit, gli arresti di attivisti stranieri, soprattutto sudcoreani, arrivati a Sapporo per contestare la legittimità di una riunione che ormai si consuma senza alcuna sorpresa. Le divergenze politiche rimangono nel chiuso degli incontri «a latere», come quello tra Bush e Medvedev sullo scudo stellare statunitense. In superficie, i capi di stato e di governo degli otto paesi più industrializzati [Francia, Canada, Gran Bretagna, Usa, Russia, Germania, Giappone e Italia] vanno d’accordo. Abbastanza da poter far finta di affrontare una lunghissima lista di problemi mondiali, dall’aumento del prezzo del petrolio alla situazione in Zimbabwe, dalla crisi dei prezzi alimentari ai cambiamenti climatici.
Il vertice, che si è aperto lunedì mattina, comincia con l’impegno europeo di un miliardo di dollari, da ricavare dai fondi dei sussidi agricoli europei non usati, da destinare al sostegno all’agricoltura africana e asiatica, colpita dalla crisi alimentare. Questo è il tema degli incontri tra i G8 e un gruppo di «colleghi» di paesi africani, attesi in Giappone per «allargare» il vertice verso il sud del mondo, senza però correre il rischio di «trasformarlo» in qualcosa di diverso dal direttorio dei paesi più ricchi del mondo. Le proposte di «invitare» stabilmente al club i paesi emergenti come Brasile, India, Cina e Sudafrica rimangono, per ora, solo proposte. E di proposte e annunci il vertice è come sempre molto prodigo, anche se si evitano con cura gli argomenti più controversi. Per la crisi alimentare, per esempio, tutto si riduce a nuove promesse di fondi di aiuti, anche se – come ricordano le molte Ong presenti al vertice – gli otto «grandi» devono ancora mantenere gli impegni degli anni passati, dal fondo per la lotta alla pandemia di Hiv/Aids a quello per migliorare i servizi idrici in Africa. Tra gli argomenti tabù, invece, c’è il ruolo degli agrocombustibili che secondo i movimenti contadini ed ecologisti internazionali sono in parte responsabili dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari, ma che sono intoccabili per gli Usa. Un’altra promessa non mantenuta riguarda il volume di aiuti all’Africa. Nel summit di Glenagles, nel 2005, gli otto «grandi» si erano impegnati a raddoppiarlo entro il 2010, ma quell’obbiettivo è ancora lontanissimo e Bush, arrivando in Giappone, ha detto che la via maestra per l’aiuto internazionale sono gli accordi commerciali. Un cambiamento di rotta che ha irritato non solo i governi di molti paesi africani ma anche quelle organizzazioni non governative che continuano a credere nella possibilità di fare lobbying durante il G8. Per la questione dei prezzi agricoli, poi, dal vertice dovrebbe uscire la proposta di creare una specie di commissione internazionale di esperti, con il compito di studiare il modo per evitare il ripetersi di crisi di questo tipo. Poco, troppo poco, soprattutto considerando l’impatto sociale ed economico della crisi in corso. Altrettanto poco ci si attende dagli otto «grandi» a proposito di petrolio: come già accaduto nel pre-summit dei ministri delle finanze, qualche settimana fa, l’unica risposta a una crisi strutturale sarà la richiesta all’Opec di aumentare l’estrazione di greggio per cercare di calmierare il prezzo, che, invece, indifferente ai summit e ai governi, continua a macinare record.

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