Come ogni anno, in occasione del vertice del G8 le aspettative e le speranze di una inversione di rotta stridono con l’evidenza dei fatti. Le questioni all’ordine del giorno sono di grande urgenza: la crisi alimentare che ha fatto schizzare verso l’alto prodotti essenziali per il nutrimento dell’umanità o la crisi ecologica, con i dati che parlano chiaro. Senza una netta inversione di rotta, senza un impegno chiaro per la riduzione delle emissioni di gas serra e di trasformazione del modello produttivo e di consumo saranno sempre più scarse le possibilità di recupero di equilibri climatici già compromessi. Dire oggi che il G8 è irrilevante perché non riesce a prendere decisioni chiare rischia di spostare l’attenzione dalla causa all’effetto. A prescindere dalla formula con la quale si propongono, quei governi hanno una responsabilità nei confronti del resto dell’umanità, anzitutto quella di non nuocere e semmai di contribuire a soluzioni collegiali e inclusive.
I governi del G8, incapaci di leggere le trasformazioni dei modelli di governo globale, o forse consci della fine imminente del loro esclusivo club, sembrano eserciti in ritirata. Si stanno lasciando dietro trappole micidiali, come i fondi di sviluppo pulito dati in gestione alla Banca mondiale, o il rilancio dell’energia nucleare o la richiesta cibo di abbattere le barriere all’esportazione di alimenti. Per i loro interessi gli otto sanno esattamente come muoversi e cosa fare. La questione semmai riguarda la riforma della «governance» globale, e la sua restituzione a un consesso politico più democratico e rappresentativo. Un Impegno che a Toyako resterà lettera morta.
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