I partiti comunisti e di sinistra che fanno parte della coalizione al governo in India hanno minacciato di ritirarsi dalla maggioranza perché sono contrari all’accordo stipulato dal il primo ministro federale Manmohan Singh con gli Usa a proposito del programma nucleare indiano. L’accordo, siglato durante la visita di Bush in India, più di un anno fa, deve ancora essere ratificato dal Congresso statunitense [che dovrebbe approvarlo prima del voto presidenziale di novembre] e da quello indiano. Prevede che gli Usa aiutino l’India a sviluppare la parte civile del programma nucleare, in cambio di limitazioni per la parte militare. Secondo i comunisti e gli altri partiti di sinistra, però, gli Usa avrebbero in questo modo troppa influenza sul programma nucleare indiano. Singh ha detto che l’accordo andrà comunque avanti e anzi sarà oggetto dell’incontro con Bush a margine del G8 di Toyako. Nel parlamento federale i comunisti hanno 59 seggi e la loro uscita lascerebbe la coalizione con 46 seggi in meno della soglia di maggioranza. Nonostante ciò, però, Singh sembra intenzionato a non andare ad elezioni anticipate [in India si vota il prossimo anno] e a cercare altrove i voti mancanti. Un possibile alleato potrebbe essere il partito regionale Samajwadi, che ha 39 deputati nella camera bassa del parlamento federale. La crisi della coalizione su un tema considerato essenziale per il futuro del paese, indica che la prossima campagna elettorale sarà molto combattuta non solo tra il Partito del Congresso e il Bjp [principale partito di destra], ma anche all’interno del «centrosinistra» indiano.
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