Si è celebrato a Belem [Lisbona] il settimo vertice dei capi di stato e di governo dei paesi di lingua portoghese. Un bilancio di una organizzazione in costruzione lenta, tra tentazioni coloniali, nuove egemonie e aspirazioni globali.
Quando – nel 1996 – la Comunitá dei Paesi di Lingua Portoghese [Cplp, www.cplp.org] ha preso forma, il principale fattore agglutinante dei 7 stati [divenuti 8 nel 2002 con l’entrata di Timor Est] era la lingua, retaggio di un passato coloniale [per molti ancora vivo e doloroso] di cui era meglio non parlare in forma esplicita.
La Cplp, del resto, affonda le sue radici in un incontro tenutosi nel 1989 a São Luís do Maranhão per invito di Josè Sarney, presidente «di transizione» del Brasile dopo la morte improvvisa del designato Tancredo Neves. Lí fu creato l’Istituto Internazionale della Lingua Portughese [IILP], che da allora si occupa di promozione e diffusione della língua comune alle 8 burocrazie nazionali. Merita sottolinearlo, dato che Angola, Brasile, Capo Verde, Guinea Bissau, Mozambico, Portogallo, Sao Tomé e Principe e Timor assommano a piú dei 210 milioni di abitanti che si stima parlino portoghese nel mondo; ma la lingua ufficiale non è utilizzata da fette crescenti della popolazione, principalmente a Capo Verde, in Guinea e Mozambico.
Dopo la costituzione ufficiale della Comunitá, il 17 Luglio del 1996 – avvenuta a Lisbona, nello stesso luogo dove si è celebrato la settimana scorsa il 7º incontro de Capi di Stato e di Governo dei Paesi Lingua Portoghese – il tema della lingua è peró passato in secondo piano. Per lo meno rispetto alla celebrazione di accordi economici e commerciali, e di partenariati tesi a fare «lobby» dentro le istituzioni internazionali multilaterali, appoggiando ogni volta le candidature dell’uno o dell’altro paese all’ONU, all’OMC o in altre arene diplomatiche dove «fare massa critica» diviene indispensabile per emergere nello scenario internazionale.
Il disinteresse per il comune retaggio linguistico è arrivato al punto che – nella relazione biennale sullo stato dell’Istituto di Lingua Portoghese [che gode di un miserrimo bilancio di 180.000 euro, garantito quasi solo dall’impegno di Portogallo e Brasile] – la direttrice Amélia Mingas ha dichiarato che se si continua a mantenere il livello di sostegno degli ultimi anni, sarebbe meglio chiuderlo piuttosto che mantenerlo artificialmente in vita attraverso l’accanimento terapeutico. Lo stesso Accordo Ortografico – che dal 1990 ha previsto quali saranno le forme comuni della scrittura all’interno degli scambi tra paesi – è stato ratificato appena da 4 stati, e solo da pochi mesi ha potuto divenire ufficialmente operativo. Ma comunque attende di trasformarsi in politiche e in normative concrete che costruiscano l’infrastruttura informatica e stabiliscano le procedure sostitutive delle diverse ortografie oggi usate alle varie latitudini.
Quest’anno, resosi conto dell’abbandono in cui versava il tema, il Portogallo – che inizia con questo vertice il suo biennio di presidenza dell’organizzazione lusofona – ha proposto di dargli nuova vitalitá, e ha ospitato l’incontro dandogli come titolo «La Lingua portoghese: un patrimonio comune, un futuro globale».
Per dare un segnale di concretezza, il Consiglio dei Ministri ha fatto precedere la presidenza del vertice dall’istituzione di un Fondo Speciale per la Promozione e la Valorizzazione della lingua Portoghese, che stanzia 30 milioni di euro per strategie di sostegno alla sua diffusione, inclusa la mobilitá di professori dentro lo spazio lusofono. La misura mira soprattutto ad appoggiare i paesi africani e Timor, dove la «scelta» di mantenere all’ex-lingua coloniale la dignitá di «idioma ufficiale» delle nuove democrazie si scontra con una reltá sociale radicata in altre culture dotate di proprie basi linguistiche di notevole diffusione geografica, specie negli strati sociali piú vulnerabili.
La vera sostanza del Fondo – che tenta di rivitalizzare un cavallo di battaglia socialista, sepolto dai «tagli» dell’ultimo governo Barroso – si legge peró soprattutto nell’appoggio offerto alle traduzioni di documenti internazionali. Queste celano l’ambizioso obiettivo di fare della 6ª lingua piú parlata del pianeta una delle lingue ufficiali dell’ONU, dell’Unione Africana, della Associazione Mondiale dei Governi Locali [CGLU] e di altre importanti istituzioni multilaterali.
Cosa c’è oltre la lingua?
Mai come in questo settimo vertice dei Capi di Stato lusofoni è stato chiaro come l’unione sia fragile, frammentata e ben lontana dalla costruzione di una reale comunitá, cosa di per sè difficile non solo per la distanza fisica e la carenza di continuitá territoriale tra i paesi ma per l’appartenenza di ognuno di essi ad altre «aggregazioni di interesse» dotate di specifiche prioritá che non convergono con quelle degli altri partner lusofoni. In particolare, il Portogallo deve mediare tra la volontá di aprire le frontiere ai «fratelli portoparlanti» attraverso canali privilegiati, e le restrizioni crescenti che gli derivano dall’appartenenza all’Unione Europea.
Tenere i piedi su due staffe divergenti non pare cosí semplice, e al vertice di Belem lo si è visto dall’imbarazzo con cui il Portogallo ha affrontato la richiesta del Brasile di sostegno alla condanna recentemente pronunciata dal Mercosul contro le politiche migratorie [soprattutto quelle di rimpatrio dei migranti irregolari] della UE, con cui sia il Brasile che Capo Verde che la stessa CPLP hanno accordi di stretta collaborazione.
Brasile e Portogallo sono legati al Mercosur e all’Unione Europea da legami certo piú solidi e vincolanti di quelli che caratterizzano i paesi CPLP, e il tentativo di «riflettere» queste relazioni prioritarie nelle politiche della comunitá lusofona non produce certo accelerazioni di questa unione su base linguistico/commerciale. Questo spiega come mai, ormai dal 2002, gli accordi sulla costruzione di una «cittadinanza CPLP» [che si vorrebbe piú forte di quella dei paesi Commonwealth] sono quasi bloccati. Dal 1996 il Portogallo ha accordi con molti stati per permettere voto attivo e passivo nelle elezioni locali ai loro concittadini immigrati residenti, ma l’obbiettivo della libera circolazione delle persone nello spazio CPLP continua a restare un miraggio.
Al massimo, quest’anno si è rafforzato l’impegno alla circolazione temporanea degli studenti dei paesi lusofoni e si sono aperte maggiormente le frontiere alla diffusione transfrontaliera dei beni culturali, eliminando tasse e burocrazoie doganali. Si è poi concluso un «accordo consolare» che attiva la reciprocitá di tutti i consolati e le ambasciate degli 8 paesi, per aumentare la protezione dei cittadini della comunitá nelle relazioni con paesi esterni alla stessa, indipendentemente dall’esistenza o meno di rappresentanze diplomatiche del loro specifico paese d’origine. Senza dubbio, un simile accordo «tecnico» [comportando enormi risparmi sul fronte del mantenimento di sedi diplomatiche all’estero] era piú facile da raggiungere di una visione comune sull’abolizione dei visti tra i paesi CPLP.
Per ora, ad esempio, il Portogallo ha mostrato buona volontá nell’allargare l’interpretazione delle restrizioni europee all’immigrazione appena nei confronti di Timor Est, presentando un progetto di legge sul «ritorno» che concederebbe la cittadinanza portoghese a tutti gli abitanti residenti nello stato asiatico prima dell’indipendenza 2002.
Ma i problemi non vengono solo dal Nord. Infatti Mozambico ed Angola non sembrano entusiasti dell’impegno statutario della CPLP per l’approfondimento della democrazia – reiterato dalla Dichiarazione Finale del vertice di Belem che parla di una batatglia comune per «la crescita dello Stato di Diritto, il rispetto dei diritti umani e la giustizia sociale». In particolar modo perchè – non avendo conosciuto una vera alternanza politica dagli anni dell’indipendenza – si sentono vagamente «sotto tutela» da parte degli stati di maggior tradizione democratica, che promuovono l’invio di osservatori alle elezioni, come giá accaduto a Timor, São Tomé e Guinea, e come accadrá tra settembre e dicembre nei due grandi paesi africani. Con particolare attenzione per l’Angola, da 16 anni governata dal MPLA senza conferme elettorali.
Cosí, con la scusa delle vicine elezioni, i due paesi hanno mandato alla CPLP un segnale, non facendosi rappresentare dai rispettivi Presidenti, nonostante le assicurazioni date in tal senso dall’angolano José Eduardo dos Santos in una visita ufficiale in Portogallo la settimana prima, e nonostante il fatto che lo stesso paese abbia offerto di ospitare il prossimo vertice della CPLP approfittando della coincidenza con i Campionati Africani di Calcio previsti a Luanda. Differente la situazione della Guinea Bissau, per cui due anni fa la CPLP ha creato un Gruppo di Contatto che collabora con il CEDEAO [l’organizzazione economica dei paesi dell’Africa Occidentale] per la stabilizzazione istituzionale del paese soprattutto nei settori del decentramento, della difesa e della pubblica sicurezza. La «mitezza» della Guinea nell’ambito della CPLP [di cui ha detenuto la presidenza fino a una settimana fa] le ha portato una nuova vittoria: la nomina del guineense Domingos Simões Pereira a Segretario Esecutivo dell’organizzazione lusofona di cui la Guinea giá deteneva la direzione tecnica generale affidata a Helder Vaz. Una convergenza interessante, segno del poco peso delle logiche «spartitorie» tra paesi nel direttivo della CPLP.
Otto stati, otto strategie?
Del dibattito tenutosi a Lisbona tra capi di stato e ministri, colpisce il fatto che i discorsi sull’importanza della lingua non abbiano trovato grande appoggio in simmetriche affermazioni di importanza sulle culture dei diversi paesi. Forse perchè queste sono per lo piú «creole» e spesso «divergenti» rispetto agli stessi interessi del portoghese ad espandersi come spazio comune di espressione?
Il vertice di Belem si è concluso con la consegna del prestigioso Premio Camões allo scrittore portoghese António Lobo Antunes [che oltre ad origini brasiliane vanta un’ampia produzione di testi sulle guerre coloniali nei paesi di antica dominazione portoghese] ma questo fatto non ha dato l’impressione di un gesto capace di superare la sfera del simbolico. È stata però l’occasione di confronto tra due logiche che gradualmente acquisiscono caratteri convergenti, nonostante finora si siano raramente incontrate: quelle del Brasile e del Portogallo.
Di recente, il primo ministro portoghese Socrates pare aver compreso l’insegnamento della Spagna, che negli ultimi anni ha fatto della lingua «un’arma diplomatica» con tratti talora inquietantemente espansionisti. Ha sostenuto il ruolo internazionale del Portogallo nella ricerca universitaria, ma non ha investito sufficientemente in ambito culturale. Mentre l’arroganza da «proprietari della lingua» di molti intellettuali portoghesi cresceva, il Brasile si trasformava in un «elefante» culturale e artistico, forte dei suoi 190 milioni di cittadini, di una fiorente editoria e di un mercato musicale e cinematografico in ampia crescita qualitativa e quantitativa.
Oggi, per la prima volta, il Portogallo sembra inchinarsi davanti all’aggressivitá della ex-colonia, e cercare di appoggiarne le logiche senza voler entrare in competizione. Non è un caso che – al vertice di Belem – il Portogallo abbia appoggiato entusiasticamente sia l’idea di una Tv satellitare a cui contribuiscano gli 8 paesi di lingua ufficiale portoghese, sia la proposta del Brasile [resa concreta dal finanziamento previsto in una recenteissima «Misura Provvisoria» del governo Lula] di aprire nel Ceará la prima Universitá Internazionale Luso-Afro-Brasiliana per ospitare 5000 studenti e professori che contribuiscano alla reale costruzione di una «comunitá lusofona» che sappia imporsi nel panorama internazionale. A questa proposta, il Portogallo ha subito risposto con una misura simbolica ma necessaria: l’apertura dell’Accademia delle Scienze di Lisbona a scienziati di area culturale lusofona ma non iberici.
Simili «avvicinamenti» che hanno preso forma nel vertice di Belem rivelano l’esistenza di molti approcci e strategie diverse nel concepire obiettivi e forme di cooperazione che illuminano l’azione e il ruolo della CPLP.
Per il Brasile è indubbio che la CPLP è oggi una «priorità strategica», al punto da aver creato nel 2006 una specifica ambasciata brasiliana presso la sede dell’organizzazione, e da aver profuso molto impegno per la messa in pratica dell’Accordo Ortografico [che in gran parte estende agli altri paesi la grafia del gigante sudamericano e diviene strategico in termini di egemonia linguistico/culturale]. Nella presidenza Lula, che usa la politica estera come vetrina delle capacitá «della sinistra al potere», l’obiettivo è sia commerciale [ad esempio in materia di energie rinnovabili] che – soprattutto – politico: riattivare legami e partenariati Sud-Sud con altri paesi per accrescere il peso del Brasile nell’ambito delle maggiori istituzioni internazionali, con vista soprattutto all’entrata nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Pertanto, il Brasile vede nella CPLP soprattutto uno spazio di «pubbliche relazioni» oltre che un «ponte» per legare maggiormente Europa e Mercosul attraverso la mediazione del Portogallo.
Il Portogallo è il paese oggi piú stagnante della CPLP. Sebbene conti un PIL pro-capite di 21.700 dollari annui [contro i 9.700 del Brasile, gli 800 del Mozambico e i 500 della Guinea Bissau] il prodotto interno lordo ha avuto una crescita di appena 1,9, contro il 21,1 dell’Angola, il 19,8% di Timor Est, il 6,9% di Capo Verde, il 5,4% del Brasile e il 2,5% della Guinea Bissau. Forse per questo, il Portogallo nella CPLP vede soprattutto un’occasione economica di rilancio, di nuovi mercati e partenariati commerciali. Proprio nel giorno del Vertice di Belem, del resto, il primo ministro Socrates e il Presidente Cavaco Silva [strano caso di «coabitazione convergente» nonostante l’origine politica diversa] hanno incontrato a Lisbona Hugo Chavez, per la terza volta in un anno, divenendo i suoi principali «sponsor» europei e rilanciando strategie di collaborazione [per circa 300 milioni di euro] nel campo delle estrazioni petrolifere e – al contempo – della sperimentazione di energie rinnovabili. Un binomio coerente con gli obiettivi di lungo periodo e di «difesa della sostenibilitá socio-economica e ambientale» dichiarati dal presidenze venezuelano.
La «diplomazia dei risultati» [come la definisce Socrates] negli ultimi tempi ha messo in secondo piano le preoccupazioni democratiche, stringendo forti relazioni con la Libia e – di seguito, anche per sua mediazione – con la Guinea Equatoriale. Quest’ultimo paese produttore di petrolio, anzi, è divenuto ufficialmente «Osservatore» della CPLP [insieme al Senegal, alle Isole Mauritius e – prossimamente – al Marocco] e potrebbe presto entrare nella Comunitá dei Paesi Lusofoni, dato che il suo dittatore Teodoro Obiang Nguema [presente al vertice di Lisbona] sta per dichiarare il portoghese come terza lingua ufficiale del paese, per rispetto agli abitanti dell’isola di Annabon [discendenti degli schiavi di São Tomè e Principe] ma soprattutto per rompere l’isolamento internazionale e cercare di sfidare l’influenza spagnola nel paese.
L’accoglienza riservata alla Guinea Equatoriale a Belem in parte è dovuta ad un’esplicita richiesta di altri paesi della CPLP. In primis l’Angola, che contende alla Nigeria lo statuto di potenza petrolifera dell’Africa Occidentale e cerca appoggi di altri paesi produttori, facendo parte anche della SADC [la comunitá per lo sviluppo dell’Africa Australe] e e della CEMAC [Comunitá Economica e Monetaria dell’Africa Centrale].
Anche São Tomè e Principe [che si trova davanti alla Guinea Equatoriale] cerca di sfuggire all’influenza nigeriana, al punto di essersi iscritta all’Organizzazione Internazionale della Francofonia e da vedere nella CPLP allargata un contrappunto alle mire espansionistiche di alcuni stati di colonizzazione anglosassone e un ‘ponte’ per costruire rapporti privilegiati con l’Angola e con l’Unione Europea, da cui oggi dipendono molti aiuti internazionali e l’estinzione di molti debiti.
Simili interessi muovono anche l’azione diplomatica di Capo Verde, piccolo arcipelago fortemente dipendente dagli aiuti esterni, che ha fatto richiesta di associarsi alla NATO e vede nel Portogallo un’importante «ponte» verso legami internazionali resi difficili dal suo isolamento territoriale.
Interessanti sono le forti relazioni che legano il Mozambico e Timor dentro la CPLP, vista la collaborazione che la Frelimo e la Fretilin [le organizzazioni alla base dell’indipendenza dei due paesi] hanno sempre mantenuto, e la «gratitudine» che lega il governo del paese asiatico alle forze militari portoghesi intervenute nel piccolo stato alla fine dell’occupazione indonesiana. Per certi versi, se il Mozambico gravita piuttosto nell’orbita del Commonwealth, Timor guarda ai paesi della CPLP come a potenziali «stabilizzatori» della situazione politica interna. Uno sguardo simile a quello della Guinea Bissau, che spesso ribadisce la gratitudine per la mediazione svolta da paesi della CPLP in momento di gravi crisi politico-militari interne, nonostante oggi sembri piú interessata a sfruttare le occasioni di accordi di cooperazione «bilaterali» che un’organizzazione multilaterale [per quanto debole] offre.
Simili difformità di lettura del proprio ruolo nell’ambito della Organizzazione Lusofona e degli obiettivi che essa deve garantire riemergono continuamente nei dibattiti tra ministri e capi di stato, mostrando come la strada per divenire davvero «comunità» sia ancora lunga e irta di ostacoli.
Un esempio chiaro lo si è avuto nell’approvazione di due delle piú interessanti proposte presentate al Forum di Belem: la «Risoluzione sul Rafforzamento della Partecipazione della Societá Civile nella CPLP» e quella «sui poteri locali nella CPLP». Entrambe tentano di dare risposta a richieste di riconoscere maggiormente il protagonismo di attori che operano «dal basso» nell’assunzione di decisioni e nella costruzione di politiche di interesse generale da parte degli 8 governi nazionali. Le versioni approvate dei documenti sono meglio che niente, ma – pur riconoscendo l’importanza dei tessuti sociali organizzati e delle istituzioni di prossimitá nella costruzione delle politiche pubbliche – non esprimono alcun forte impegno degli 8 governi nel costruire o rafforzare dei veri Forum Consultivi democratici. Si limitano a «congratularsi» con la volontá espressa da tali attori sociali di creare dei Forum di dibattito e scambio di buone pratiche tra paesi diversi, ma non fanno assumere alla CPLP nessun ruolo attivo nel sostenere finanziariamente tali meccanismi e nel garantire ascolto alle loro istanze.
Nel percorso di negoziazione internazionale, i documenti da approvare si sono molto asciugati, cercando di rendere «neutro» e evanescente il ruolo della CPLP. Cosí, non ha parzialmente avuto risposta la Lettera scritta ai Capi di Stato a Brasilia [e rifinita a Lisbona] tra aprile e giugno 2008 dai rappresentanti delle associazioni dei comuni e dei ministeri degli enti locali [per Angola e Guinea, ancora non dotate di organizzazioni di municipi e con poco grado di democrazia locale]. Questa chiedeva di riconoscere a un Forum delle Autoritá Locali lo stesso ruolo consultivo che è stato dato da poco all’Assemblea Parlamentare [che riunisce i rappresentanti degli 8 parlamenti dei paesi CPLP] e che l’associazione Mercociudades riveste nei rapporti con la Comunità del Mercosur.
Il vertice di Belem ha approvato un encomio all’iniziativa dei poteri locali degli 8 paesi di riunirsi in un Forum [che abbia al suo interno anche componenti dei tessuti sociali dei rispettivi territori], auspicando futuro sostegno a partenaraiti e forme di cooperazione con gli stati, ma non ha preso altri impegni concreti. In questo gioco al ribasso ha giocato un ruolo decisivo il Brasile, il cui governo nazionale ha tensioni politiche con l’Associazione dei Municipi [CNM] e ha anche difficoltá a vedere i municipi come «agenti di cooperazione».
La dichiarazione approvata dai Capi di Stato costituisce comunque un primo passo verso il riconoscimento di nuovi ruoli dei Comuni, che dal ’97 [primo Incontro dei Poteri Locali Lusofoni] avevano cominciato a chiedere uno spazio proprio?
È ancora difficile dirlo. Ció che è chiaro è che alla societá e alle istituzioni piú vicine al cittadino resta il compito di organizzarsi efficacemente e democraticamente per poi vedere se, una volta raggiunto l’obiettivo, vi sará una reale disponibilitá al dialogo degli 8 governi.
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