Dall'elezione del presidente Felipe Calderon, in Messico si accumulano tensioni sociali e politiche che rischiano di portare a un'esplosione.
Benché non appartenga ai temi di attualità scottante scelti dai grandi media per agitare preoccupazioni o giustificare politiche interventiste, la situazione che vive in questi ultimi anni il Messico è così grave da configurare secondo molti un vero e proprio conflitto interno.
Dall’elezione di Felipe Calderòn – per la quale movimenti sociali messicani e osservatori internazionali hanno gridato alla frode – l’offensiva delle multinazionali, il conflitto sociale e la repressione feroce delle opposizioni sono divenuti più aspri e cruenti che mai.
Calderòn ha implementato, seguendo le orme del predecessore Fox, una strategia economica espansiva di costruzione di mega infrastrutture, favorendo gli investimenti privati e la penetrazione delle imprese nei territori rurali.
La progressiva e totale liberalizzazione dei mercati – che per Calderòn equivale a produrre crescita economica e quindi sviluppo sociale – ha causato però nella realtà un aumento della povertà e delle disuguaglianze.
Secondo l’Istituto di Indagine Economica della UNAM – Università Nazionale Autonoma del Messico, l’aggravamento delle povertà è favorita dalla concentrazione del PIL in poche mani. «Basti pensare – afferma in una intervista la studiosa Angelina Gutiérrez Arreola – che poco meno di 200 imprese multinazionali con capitali provenienti dai paesi industrializzati producono il 40% del PIL mondiale». Secondo l’economista «questi consorzi non possono apportare nulla in termini di sviluppo per i paesi del Sud, al contrario la loro presenza sul territorio messicano contribuisce ad ampliare il divario tra le classi agiate e quelle disagiate, attraverso politiche di accaparramento delle risorse e di violazione dei diritti dei lavoratori che producono profitti solo per le stesse imprese».
Come conseguenza dell’imposizione di politiche estrattive o produttive, dello sfollamento di intere comunità per fare posto a stabilimenti industriali e della metodica spoliazione delle risorse naturali, l’opposizione popolare è cresciuta enormemente, aggravando il conflitto sociale che caratterizza da decenni il paese.
La dismissione delle fabbriche maquiladoras nella zona di confine con gli Stati Uniti ha causato una emorragia di migranti verso gli Stati Uniti. Contemporaneamente, l’abbandono delle campagne da parte delle comunità rurali, l’affollamento delle città, la privatizzazione dei servizi di base, dell’acqua, delle case ha portato ad un sensibile peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone e ad un aumento delle mobilitazioni popolari in difesa dei propri diritti.
Come conseguenza di questa fase di rinnovata conflittualità sociale, le comunità e i movimenti sociali del Messico stanno denunciando da mesi una escalation di violenza provocata dalle forze pubbliche. Per sedare le manifestazioni di protesta il governo ha infatti scelto la via della repressione, rifiutando ogni forma di dialogo.
Già da alcuni anni a questa parte molti analisti hanno parlato di una «colombianizzazione» della situazione messicana, caratterizzata da un intervento sempre maggiore della presenza militare nella vita civile utilizzando pretesti come la lotta al narcotraffico o al terrorismo.
Il Plan México, finanziato dagli Stati Uniti per combattere teoricamente il narcotraffico, è utilizzato come scusa per militarizzare ulteriormente il paese soprattutto nelle zone dove il conflitto sociale è più forte.
Allo stesso tempo, in Chiapas una nuova offensiva contro le comunità indigene zapatiste, con le ferite ancora aperte dall’impunità sui fatti di Atenco e Oaxaca, ha generato un clima di tensione e violenza diffusa che vuole minare la base sociale dell’ELZN e il perno della rivendicazione e dell’autonomia indigena: la terra.
Secondo la rete di azione messicana contro il libero commercio « la criminalizzazione della lotta sociale è una strategia statale che non implica solo un utilizzo distorto delle leggi al fine di detenere e condannare con pene esemplari coloro che si oppongono ad un modello di sfruttamento, ma anche la progressiva identificazione della lotta sociale come attività delinquenziale, addirittura terroristica. In tutto il Messico sono moltissimi gli esempi di resistenza contro le politiche promosse dal governo, e non passa giorno che non vengano uccise per mano delle forze armate 10-15 persone, la maggior parte delle quali impegnate in azioni di difesa del territorio e dei diritti della popolazione».
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