Il sogno di Obama nel tempio kitsch di Denver

Barack Obama è da questa notte ufficialmente il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti, il primo afroamericano. Nel suo discorso di accettazione della candidatura, Obama ha ribadito con insistenza il leitmotiv della convention di Denver, colorado: il rivale repubblicano John McCain, cioè, è un sosia del presidente George W. Bush. «Ora basta!» ha detto Obama, alzando la voce e lasciando cadere la frase nel vuoto, per effetto scenico, sollevando un boato da stadio. «Agli americani, ai democratici, ai repubblicani e agli indipendenti di questo grande Paese, questa notte dico basta!».
Il suo appello «a cambiare l’America» è durato 35 minuti, pronunciato di fronte a 84 mila persone, su un palco kitsch con colonnato stile Campidoglio costruito nel bel mezzo di uno stadio da football. Obama parla nel quarantacinquesimo anniversario del discorso del «sogno» di uguaglianza di Martin Luther King, ma non si riferisce mai esplicitamente alla cultura afroamericana.
Per Obama, che ha promesso pari accesso per tutti ad un’istruzione di primo ordine, assistenza sanitaria anche per chi non puo’ permettersela «è stato perso il senso della responsabilità collettiva che insieme a quella individuale è l’essenza della promessa americana». La promessa americana è anche quella di Martin Luther King. «Quel giovane predicatore della Georgia avrebbe potuto dire molte cose. Avrebbe potuto parlare di rabbia e di discordia. Avrebbe potuto parlare di paura e frustrazioni per tanti i sogni rinviati. Invece la gente, gente di ogni fede e colore, di ogni ceto sociale, sentì che l’America, i nostri destini, sono intrinsecamente legati. Che insieme i nostri sogni possono essere uno».
Che si tratta di un «giorno storico» ci ha pensato anche il suo avversario a dirlo: McCain con abile mossa ha annunciato una tregua di un giorno nella campagna contro Obama, in segno di rispetto. Obama non ha restituito il favore. Il senatore dell’Arizona, secondo Obama, «non è sordo ai problemi del Paese, semplicemente non è in grado di capirli». Altrimenti non voterebbe nove volte su dieci come vuole il presidente Bush: «Non so cosa ne pensate voi – ha detto il senatore di Chicago alla platea della convention – ma per me una possibilità su dieci che le cose cambino è troppo poca». E poi, con lo sguardo alla convention repubblicana di St. Paul e Minneapolis: «La settimana prossima in Minnesota lo stesso partito che vi ha regalato George Bush e Dick Cheney, chiederà un terzo mandato. Siamo qui per dire che amiamo troppo questo Paese per consentire che i prossimi quattro anni siano uguali agli ultimi otto. Il 4 novembre dobbiamo alzare la testa e dire chiaro: ‘otto anni bastano’».
L’economia è al centro dell’intervento, e non è un caso che ad introdurre Obama siano stati gli interventi di americani qualunque [ma, guarda un po’, provenienti da paesi in bilico come l’Ohio e la Florida]. «La forza dell’economia non si misura con il numero dei miliardario o dai profitti del Fortune 500», dice Omaba un’economia è forte "se premia la dignità di chi lavora». Il riferimento è al ceto medio impoverito e ai lavoratori, alle donne dell’America profonda, ai bianchi degli Appalachi e del Midwest, che secondo gli esperti decideranno il voto del 4 novembre.
Anche sulla politica estera – considerata il suo punto più debole – Obama ha attaccato McCain, riproponendo in sostanza il modello di gestione mutlilatelaterale dei conflitti che aveva sperimentato l’amministrazione Clinton [quello della guera in Kossovo, piuttosto che quello dell’invasione dell’Iraq, per intenderci]. Non a caso, in una convention caratterizzata dalle manifestazioni deimmovimenti pacifisti, Obama ha insistito sulla «guerra sbagliata» in Iraq, mentre a proposito della gestione della guerra in Afghanistan Obama vuole dimostrarsi capace di essere «commander in chief». «Quando McCain pensava già ad attaccare l’Iraq, subito dopo l’11 settembre, io mi sono opposto alla guerra, nella convinzione che ci avrebbe distratto dalla reale minaccia del terrorismo – ha detto Obama – E quando McCain pensava che in Afghanistan sarebbe stata una passeggiata, io ho detto che avevamo bisogno di mandare altre truppe per portare a termine la guerra contro i terroristi che ci avevano attaccato e ho detto chiaro che dovevamo fare fuori Osama bin Laden ovunque e a qualunque costo».
Obama ha poi ribadito che intende riportare a casa le truppe dall’Iraq entro 18 mesi e ha rivendicato l’eredità del passato democratico nella gestione dei rapporti col mondo: «Siamo il partito di Roosevelt e Kennedy: non mi vengano a dire che i democratici non difenderanno questo paese – ha esclamato – La politica estera di Bush e McCain ha sperperato il lascito di generazioni di americani repubblicani e democratici. Siamo qui per ricostruire quel lascito». La speranza dei democratici è che la kermesse possa far rimbalzare Obama nei sondaggi. Secondo il premio Nobel Al Gore le elezioni sono incerte perché «i poteri forti e le forze dello status quo hanno una maledetta paura del vento di cambiamento». Gore è stato l’altro grande protagonista dell’ultima notte di convention, arrivando a paragonare Obama ad Abramo Lincoln. Per Gore, Obama ha la stessa esperienza che aveva Lincoln al momento della sua candidatura. Ecco, secondo Gore, le analogie: «Prima di entrare alla Casa Bianca, Lincoln aveva fatto otto anni nel parlamento statale dell’Illinois, a Springfield, e un mandato al Congresso, durante il quale mostrò il coraggio e la saggezza di opporsi all’invasione di un altro paese, che è cominciata nell’entusiasmo generale ma è stata condannata dalla storia». «L’esperienza che i sostenitori di Lincoln apprezzavano di più – ha continuato Gore – era la straordinaria capacità di ispirare la speranza nel futuro, in un momento di crisi. Era conosciuto soprattutto per essere un fine pensatore e un grande oratore, per la sua passione per la giustizia e per la sua determinazione a sanare le profonde divisioni nel nostro Paese». Gore ha omesso di dire che Lincoln era un repubblicano. Lunedì Ted Kennedy ha detto alla convention democratica di Denver che Barack Obama, il candidato del partito alla Casa Bianca, è il nuovo John Fiztgerald Kennedy, mercoledì notte l’ex presidente Bill Clinton ha passato al giovane senatore dell’Illinois il testimone, consacrandolo come uno di famiglia, per talento, intelligenza, carisma. E ora Lincoln.
Per Carl Berstein, il premio Pulitzer del Watergate, quello di Barack Obama è stato «il discorso più impressionante mai fatto a una convention» dopo la grande serata di John Fitzgerald Kennedy nel 1960 a Los Angeles. Lo dice alla Cnn, ed è solo uno degli entusiastici commenti che i network americani dedicano al candidato democratico alla Casa Bianca. Tre sono i fattori cruciali: che abbia parlato di politica estera e di difesa tracciando un futuro diverso per gli States; che sia riuscito a parlare alla gente con semplicità; e soprattutto che abbia attaccato a testa bassa e con efficacia il rivale John McCain smentendo le accuse di troppo morbidezza che gli sono state rivolte nelle ultime settimane. «E’ tempo di cambiare l’America»: la frase ad effetto diventa il titolo del Washington Post. Il giornale riconosce poi che all’Invesco Field si è vista «più spettacolo che politica».
Il New York Times titola: «Obama prende di mira McCain e Bush con un forte appello a cambiare l’America»: «in 42 minuti con un linguaggio tagliente e applausi che echeggiavano attraverso lo stadio, ha collegato McCain a quella che ha chiamato ‘la presidenza fallita di George W. Bush. America, siamo meglio degli ultimi 8 anni. Siamo un paese migliore». Per il Los Angeles Times: «Obama accetta la nomination promettendo un cambiamento». Una analisi del discorso titola, «Obama esplode»; prima ringrazia tutti, poi «si è tolto i guantoni. Si è rapidamente sbarazzato di George W. Bush dicendo ’ora basta’. E poi, a lungo, se l’è presa con John McCain». Un discorso, scrive l’analista Don Frederick, che non somiglia a quello pieno di buoni sentimenti con cui si fece conoscere 4 anni fa alla Convention democratica e forse non ha avuto un’accoglienza altrettanto elettrica, ma oggi quel che gli premeva «era mostrare che ha addosso il fuoco che serve per competere al livello più alto nella politica americana».

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