La coalizione arancione che avrebbe dovuto traghettare il paese verso l'Occidente e la prosperità si è dissolta per la terza volta in quattro anni. Le tensioni politiche rivelano le miopia di un progetto politico che non tiene conto delle due anime del paese.
Se la stabilità politica è un valore, allora si può dire che in Ucraina la rivoluzione arancione è stata la madre di tutti i vizi. Da quando alla fine del 2004, Viktor Yushenko è riuscito a diventare presidente con la forza della piazza, se ne sono viste di tutti i colori. L’iniziale vittoria del duo Yushenko-Timoshenko, con Yulia, la «pasionara» della rivoluzione eletta primo ministro, è durata ben poco. Nell’arco di tre anni il paese ha assistito impotente a una prima disintegrazione della coalizione «arancione» e al ritorno al potere dell’avversario Viktor Yanukovich come primo ministro, elezioni anticipate forzate in maniera poco democratica dal presidente per estromettere il suo avversario, vittoria elettorale dello stesso Yanukovich, governo non insediato per mesi, elezione a primo ministro, nuovamente, di Timoshenko in un revival della coalizione rivoluzionaria ed ora, nuovamente, la distruzione di quello che per l’occidente sarebbe il fronte democratico.
Le posizioni politiche dei principali protagonisti si sono contraddistinte per una innegabile coerenza: rimanere al potere. Yushenko ha rotto con Timoshenko e ha provato ad allearsi col suo vecchio avversario che aveva accusato precedentemente di averlo avvelenato. Dopo l’insuccesso è tornato da Timoshenko, ma ora è proprio lei a giocare di sponda con Yanukovich [i due in questi anni si erano poco amabilmente insultati] in funzione anti-presidenziale. Tant’è che, pur di abbattere Yushenko, la paladina dell’Ucraina filo-occidentale si sta accordando con Mosca, impedendo al parlamento ucraino qualsiasi mozione anti-russa per i fatti della Georgia. Ormai pare che anche i politici coinvolti siano un po’ confusi.
Questo esito lo avevamo previsto quando analisti e giornalisti si spellavano le mani in applausi per il «nuovo 1989» che rianimava la democrazia nell’ex Urss. Prima la Georgia di Shakashvili, poi la rivoluzione arancione in Ucraina. Gli esiti son stati assai più meschini fino a riuscire nella quasi impossibile operazione di far rimpiangere i passati regimi.
L’attuale crisi ucraina è facilmente è legata a problemi strutturali del paese. Innanzitutto l’impossibilità di conciliare una diarchia composta da un presidente dotato di poteri enormi e un premier che guida la coalizione governativa – e il partito più forte – ma che non ha i poteri per governare, sempre contrastato dal presidente che punta a mantenere alta la sua popolarità o, almeno, bassa quella del suo avversario. Proposte di riforma costituzionale erano state avanzate in questi anni e pure promesse da Yushenko quando si insediò, salvo poi rimangiarsi la parola, geloso del suo potere. Ma la rottura ha anche cause più profonde, legate al generale malessere del paese. La rivoluzione arancione era sorta sulle speranze di una veloce ripresa economica e di abbracciare altrettanto velocemente l’Occidente – il tutto con l’appoggio statunitense. Era un compito impossibile fin dall’inizio: la parte ricca del paese è ad est, nelle regioni in cui si parla russo e non ucraino. L’Ucraina, senza quelle regioni, è un paese allo stremo, senza forza economica e geopolitica. Invece di cercare la pacificazione, gli «arancioni» hanno cercato di inasprire lo scontro per galvanizzare le proprie truppe. Il risultato ha avuto l’effetto di un boomerang. Oggi in Ucraina la netta maggioranza della popolazione è contraria all’ingresso nella Nato e la fiducia nei cosiddetti democratici è bassissima. Timoshenko, che sembra davvero una politica assai più preparata di Yushenko, ha fiutato l’aria. La Russia di nuovo forte ha lanciato chiari segnali anche all’Ucraina: se volete andare per la vostra strada andate, ma una parte del paese non ci starà e noi siamo pronti ad intervenire per sostenerla. Gli Stati Uniti, inabissati nella peggior crisi economica della loro storia recente, hanno dimostrato tutta la loro debolezza diplomatica, lanciando la Georgia contro la Russia e poi abbandonandola. Timoshenko ha pensato che forse le conveniva rivedere la sua posizione in politica estera, se voleva avere vita più lunga di Sakhashvili. La situazione, come al solito è fluida e tutti gli esiti sono possibili – da una ritrovata quanto fittizia unità arancione fino a nuove elezioni parlamentari anticipate aspettando quelle presidenziali del prossimo anno.
Qualche conclusione però, si piò già anticipare. Per prima cosa si può tranquillamente affermare che la rivoluzione arancione è fallita: invece delle tanto sospirate democrazia e libertà, gli ucraini si son trovati ad assistere ad una faida tra i diversi interessi economici e personali. Inoltre, sembra ormai evidente che la politica americana nell’area si è rivelata disastrosa: il personale politico che si è deciso di appoggiare è di scarsissima qualità e spingere per il completo isolamento di Mosca ha avuto il solo effetto di ritrovarsi una Russia più forte di quanto non lo fosse mai stata negli ultimi vent’anni. La situazione potrebbe solo peggiorare se tra pochi mesi alla Casa bianca ci fosse la coppia McCain/Palin.
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