L'Ecuador vota sul proprio futuro

Il 28 settembre si tiene il referendum sulla nuova Costituzione, elemento centrale del processo di cambiamento sociale ed economico innescato dal governo di Rafael Correa. Una sfida per ridisegnare il paese, non priva di contraddizioni.

L’attesa cresce freneticamente in Ecuador in vista dello storico referendum sulla nuova Costituzione elaborata dall’Assemblea costituente. Le vie delle città sono tappezzate di manifesti e di scritte, mentre lunghi e coloratissimi murales contrattati dai partiti politici campeggiano lungo buona parte delle strade del paese. Nel frattempo, le emittenti televisive e radiofoniche non smettono di bombardare la popolazione con spot a favore o contro la nuova Costituzione. L’Ecuador segue così l’esempio del Venezuela e della Bolivia: il processo di trasformazione, la fine del neoliberalismo e l’inizio di un «cambio di epoca, non solamente una epoca di cambi» per citare il presidente ecuadoriano Rafael Correa, passano per la riconfigurazione delle regole del gioco, attraverso le quali vengono sanciti nuovi principi e nuove disposizioni per la futura azione di governo.
I processi di cambiamento in America Latina sono innanzitutto nazionali, non sempre riducibili a fattori comuni, e seguono corsi che, malgrado le somiglianze, sono inevitabilmente diversi, non da ultimo per i differenti rapporti di forza tra le classi sociali. Diventa così importante comprendere che tipo di strada abbia intrapreso Rafael Correa in Ecuador, e come la Costituzione ne sia il prodotto più rappresentativo.
La ‘Rivoluzione cittadina’, questo lo slogan del partito di governo per definire il processo in marcia, ha origini profonde, che risalgono alle lotte sociali degli anni Novanta, nei quali iniziano a delinearsi i contorni dell’opposizione a un neoliberalismo rampante, che ha avutto effetti particolarmente gravi nel caso ecuadoriano. Raccoglie così molte delle istanze di tutti quei movimenti sociali, tra i quali il principale fu il movimento indigeno, che diedero vita alla caduta di due presidenti attraverso manifestazioni di piazza. Allo stesso tempo però, il ‘Correismo’ rappresenta un malessere diffuso contro le pratiche oscure e autoreferenziali di una classe politica corrotta e collusa con il potere economico. Un discorso questo, che ha fatto ampia breccia soprattutto tra le classi medie di Quito e che fu alla base dell’ultimo sommovimento che portò alla caduta del governo di Lucio Gutiérrez.
Nonostante l’attuale governo rappresenti le istanze di questi settori, la coesione iniziale ha ceduto il passo a una serie di contraddizioni che la pratica del potere ha messo in evidenza. Le maggiori difficoltà sono sorte nll’Assemblea costituente, nella quale sono emerse le divergenze tra diverse matrici di sinistra e la chiara impreparazione e insubordinazione di molti membri della maggioranza, frutto dell’ineludibile improvvisazione di un partito politico nato da poco e per di più attorno a una figura carismatica.
L’Assemblea costituente ha avuto anche l’arduo compito di assumere le funzioni legislative per via della strategia politica a lungo periodo di Correa. Nelle elezioni del novembre 2006 in cui venne eletto presidente infatti, uno dei discorsi principali di ‘Alianza País’, il movimento politico creato da Correa, fu quello di non presentarsi alle concomitanti elezioni legislative, una lungimirante mossa elettorale visto il clima politico. Il desiderio di non «contaminarsi» con la vecchia istituzione del Congreso, nido della partitocrazia tanto criticata, lasciò però il nuovo esecutivo privo di un Parlamento che legiferasse di comune accordo. Il problema doveva essere risolto con l’iniziativa, già lanciata nella campagna elettorale, di un’Assemblea costituente con pieni poteri. Il referendum sulla Costituente, approvato a larga maggioranza, e la successiva elezione dei suoi membri diedero ragione a Correa, che nel frattempo aveva scalato i sondaggi di popolarità. Con oltre il 70 per cento dei consensi ottenuti nell’elezione dell’Assemblea, il partito di governo e i movimenti alleati misero da parte il Congreso ecuadoriano, come parte delle proposte presentate alla popolazione, facendo così ricadere la funzione legislativa sulla nuova Assemblea.
Il clima di fervore attorno al nuovo organo è andato via via scemando, anche a causa di una stampa nazionale poco incline a facilitarne il lavoro e sempre pronta a speculare sulle divisioni interne alla maggioranza. Ciò nonostante, è innegabile che il clima partecipativo vissuto a Montecristi, città costiera in cui è stata scritta la nuova Costituzione, non abbia avuto precedenti. Migliaia di associazioni, movimenti sociali, sindacati, gruppi di base, comuni cittadini sono stati accolti affinché le loro ragioni trovassero luogo nella nuova Carta. Sono stati otto mesi di vero dibattito democratico a scala nazionale, nel quale questioni mai discusse hanno trovato finalmente una dimensione.
La frattura più netta si è avuta però a poche settimane dalla fine dei lavori con le dimissioni del presidente dell’Assemblea, Alberto Acosta, stimato economista di tendenza ecologista e da decenni al fianco delle realtà sociali più combattive. Nonostante la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata un disaccordo sulla tempistica dei lavori dell’Assemblea, le tensioni si stavano accumulando già da alcuni mesi. A scontrarsi due visioni distinte: da una parte quella di Correa e del Burò politico di Alianza País, ispirata dal pragmatismo e da un’economia politica «sviluppista», atta a centralizzare le decisioni e le risorse economiche con il fine di aumentare l’intervento dello Stato, dall’altra quella movimentista, informata da posizioni ecologiste, anti-estrattiviste e indigeniste. Nella fattispecie due temi contigui hanno diviso la maggioranza. In primo luogo la questione dell’industria mineraria ha visto le due fazioni con progetti diversi, una corrente con l’intenzione di sfruttare questa ricchezza con una maggior partecipazione dello Stato, con regole chiare e compensazioni per i territori inquinati, mentre l’altra cercando di limitare il più possibile l’attività estrattiva visti gli effetti nocivi sull’ambiente. Il tema indigeno si inserisce in quanto la proposta degli ecologisti ruotava intorno alla consulta popolare vincolante nei territori interessati, perlopiù situati nella zona andina ove risiedono molte comunità indigene, attraverso la quale si darebbe la possibilità alla comunità locale di decidere sull’operabilità del progetto di estrazione. In secondo luogo si aggiunge la storica richiesta della plurinazionalità avanzata dagli indigeni, attraverso la quale verrebbero attribuite importanti facoltà di auto amministrazione ai territori a maggioranza indigena. Entrambe le richieste sono state state respinte da Correa sulla base della necessità di non creare piccoli territori indipendenti all’interno dello stato che creerebbero contraddizioni con le politiche di sviluppo economico e sociale impulsate dal governo nazionale. La mediazione, che ha stabilito la possibilità di una consulta non vincolante e la menzione della plurinazionalità nella Costituzione pur priva del significato voluto dagli indigeni, ha lasciato insoddisfatto un numero di movimenti sociali che si sono gradualmente allontanati dal processo in atto, scontenti da quella che hanno visto come un’interferenza eccessiva di Correa nelle decisioni dell’Assemblea.

Sarebbe tuttavia un’errore pensare che la ‘Rivoluzione cittadina’ abbia svoltato a destra. La politica economica finora perseguita dal governo denota chiari tratti progressisti, a cominciare dall’incremento della spesa pubblica, facilitata dagli altri prezzi del petrolio, a favore di aree come l’educazione, la salute, il credito ai settori produttivi più bisognosi, e all’infrastruttura di interesse pubblico. Se il prezzo del petrolio dovessero calare, il Presidente ecuadoriano ha già annunciato che smetterà di pagare parte del debito estero. La riforma tributaria voluta da Correa inoltre, aumenta la pressione fiscale per i ceti più abbienti, in un continente in cui le oligarchie sono state di capaci di mantenere i livelli di tassazione più bassi al mondo. Non solo, la retorica di Correa contro il neoliberismo e il mercato ha preso connotati concreti, passando dal contenimento dei prezzi dei viveri, sino alla confisca dei beni del gruppo Isaias, debitore allo Stato di milioni di dollari per il salvataggio bancario del 2000, e da ultimo quelli del gruppo brasiliano Odebrecht, colpevole di aver provocato un grave danno a una centrale idroelettrica senza farsene interamente carico.
Ciò nonostante, l’efficacia dell’implementazione delle opere pubbliche trova particolare difficoltà in uno Stato che in 20 anni di neoliberalismo ha perso importanti capacità organizzative e pratiche istituzionali per mettere in atto i piani di governo. La dottrina del laissez faire ha provocato l’arretramento dell’attività statale in quasi tutte le aree, indebolendo la sua capacità di intervento. A questo si somma la difficoltà di liberare l’amministrazione pubblica dall’ideologia neoliberista e dal sistematico ostruzionismo dei funzionari collocati dai governi precedenti. Per di più, alcune cariche politiche sono state assegnate dall’attuale governo a figure estremamente moderate, che a tratti impediscono la radicalizzazione del processo. In via speculativa, è possibile avanzare tre ipotesi: la necessità di co-optare elementi del vecchio regime che detengono il know-how della macchina amministrativa, l’obbligo di pagare una quota politica ad alcuni settori imprenditoriali che hanno appoggiato Correa e che fanno parte del piano di sviluppo nazionale, la mancanza di un disegno ancora chiaro in un lento delineamento del cambio in marcia.
Malgrado le inevitabili contraddizioni di questo nuovo corso ancora in formazione, il sì alla Costituzione è arrivato da quasi tutti gli attori sociali che dall’inizio hanno appoggiato Correa. D’altronde, una Carta fondamentale che sancisce i primi diritti per le coppie omosessuali, che riconosce l’importanza dell’ambiente, che da priorità ai gruppi più vulnerabili come i portatori di handicap, i minorenni, le donne incinta e gli anziani, che facilita il coinvolgimento dello stato nell’economia in nome di un piano nazionale di sviluppo giusto e solidale, che aumenta la partecipazione cittadina nella vita pubblica non può che essere presa come un modello da seguire. L’opposizione, guidata dal sindaco di Guayaquil Jaime Nebot, tentato dal modello autonomista-separatista di Santa Cruz in Bolivia, si è afferrata ad argomenti privi di solidità, facendo ricorso piuttosto al suo seguito nella città per le faraoniche opere costruite e alla morale cristiana, quest’ultima vituperata a dire dall’episcopato locale che è intervenuto a gamba tesa nella contesa. Il ricorso a questo tipo di discorso e la generale povertà argomentativa, come sottolineato pochi giorni fa dalla cattedratica Valeria Coronel, dimostrano il grado di difficoltà della destra ecuadoriana in questo periodo storico e costituiscono un’enorme possibilità per la sinistra di stabilire una nuova egemonia, superando le divergenze e dando vita a un nuovo corso democratico e inclusivo.

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