Un intervento urgente per impedire il collasso dell’economia. Un piano che semplicemente ritarderà l’inevitabile declino, impedendo al contempo una veloce ripartenza. Un enorme sussidio ai pesci grossi di Wall Street per gettare un immeritato salvagente alla grande finanza. Un ricatto dell’establishment politico-economico per farla franca, a spese dei contribuenti. Un provvedimento spacciato come l’ultimo nel suo genere, ma che invece potrebbe essere seguito da altri simili. Nel «piano da 700 miliardi» – etichetta quasi priva di valore, vista l’incertezza che lo circonda – voluto fortemente dall’amministrazione Bush, ognuno vede quello che preferisce. Mentre il Congresso si prepara a votare il testo finale – oggi la camera, probabilmente mercoledì il senato – ecco i punti fondamentali del piano.
La bozza
Il compromesso finale è il frutto di dieci giorni di negoziati frenetici. Il piano originale – un documento di tre pagine – era in sostanza di dare al segretario del Tesoro pieni poteri per comprare obbligazioni e derivati delle aziende finanziarie a rischio di fallimento; un assegno in bianco il cui ammontare era stato calcolato in 700 miliardi, più o meno quanto gli Usa hanno speso finora in Iraq. La bozza che oggi arriva sui banchi del congresso è invece lunga 110 pagine, e divide l’intervento finanziario in tre tranche. L’amministrazione Bush riceverebbe 250 miliardi sull’unghia, per agire subito. Per altri 100 miliardi, sarebbe sufficiente un resoconto del tesoro al congresso. Gli ultimi 350 miliardi saranno disponibili «solo a seguito di una ulteriore azione del congresso». Inoltre, verrà creata una commissione indipendente che controllerà l’attuazione del piano. Sono previsti controlli più stringenti sugli stipendi e le «buonuscite d’oro» dei dirigenti delle aziende che vendono i loro titoli allo stato. E sarà introdotto un meccanismo per cui, se tra cinque anni il governo sarà ancora in perdita, il presidente dovrà chiedere al congresso di recuperare il denaro sufficiente dal settore finanziario. Come? Per esempio introducendo nuove tasse sulle transazioni di borsa.
Il costo
Nessuno sa quale sarà il costo finale. Tutto dipenderà dall’andamento dell’economia e dei mercati nei prossimi anni: il governo potrebbe perdere di più, ma paradossalmente anche realizzare un utile. Il meccanismo d’acquisto è quello dell’asta al ribasso: il governo chiede alle banche di determinare il valore dei titoli che vogliono vendere. Dato il rischio di fallimento, si presume che le varie società faranno a gara per vendere il prima possibile i loro «toxic assets», facendo così scendere i prezzi. Sono «titoli portati a scadenza»: a meno che i prezzi delle case – già scesi del 30 percento – non crollino ulteriormente, una volta «ripuliti» dalle perdite, tra qualche anno quegli asset potrebbero valere di più, e consentire un profitto in caso di vendita. L’unica certezza, però, è che a breve termine il debito pubblico salirà. E che decisioni importanti dovranno essere prese dal prossimo presidente, che entrerà in carica il 20 gennaio.
I due spettri
Comunque lo si voglia vedere, il piano di intervento dell’amministrazione Bush si muove tra due scenari estremi. Il primo è che, non facendo niente per salvare il sistema finanziario, si verifichi un crack peggiore di quello del 1929, quando appunto il governo non intervenne in favore delle banche. Il secondo è che gli Stati uniti finiscano in un tunnel di stagnazione come il Giappone negli anni novanta. All’inizio del decennio scorso, scoppiò la bolla immobiliare nipponica. Il governo di Tokyo cercò di tenere a galla il sistema bancario, evitando dolorosi fallimenti. Ma il prezzo da pagare fu un «decennio perso» fatto di bassi consumi, prezzi in rialzo e disoccupazione crescente; con tassi di interesse portati in pratica a zero, non c’era più spazio per tentare di rilanciare l’economia.
Coperta corta
L’attuale presidente della Federal reserve, Ben Bernanke, si è formato studiando la Grande Depressione e conosce benissimo i rischi della «sindrome giapponese». Ecco perché si prevede che i tassi di interesse in America, portati dal 5,25 percento al 2 percento nel giro di un anno dopo lo scoppio della bolla immobiliare, tra qualche mese possano essere lievemente alzati. Una misura che di norma le Banche centrali adottano per non surriscaldare l’economia in fasi di crescita troppo spinta. In questo caso sarebbe più un’amara medicina, necessaria anche a costo di prolungare una recessione che molti ora considerano inevitabile. La coperta è corta, da qualunque parte la si guardi. E il prossimo presidente, che sia Obama o McCain, si troverà in mano un’eredità di cui avrebbe fatto volentieri a meno.
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