Il Congresso dice no a Bush e a Wall street

Dieci giorni di negoziati frenetici per giungere a un compromesso che accontentasse tutti; invece, è arrivato il gran rifiuto del Congresso. Dopo aver evocato scenari apocalittici in caso di bocciatura del suo piano di salvataggi da 700 miliardi, l’amministrazione Bush sembra ora l’Unione Europea di fronte al «no» irlandese al referendum sul trattato di Lisbona. Alternative in giro non se ne vedono: si cercherà semplicemente di far cambiare idea a chi ha votato contro, democratici e repubblicani, per motivi diversi.
Il testo dovrebbe essere riportato in aula giovedì, tra due giorni, mentre già domani approderà al Senato. Intanto, oggi Bush ha ricordato a tutti la gravità della situazione: «Se non agiamo, le conseguenze saranno peggiori ogni giorno di più», ha detto il presidente.

Le trattative
A Washington hanno iniziato subito a lavorare per rimettere in piedi la legge bocciata, presumibilmente con alcuni cambiamenti per soddisfare le rimostranze da parte di entrambi i partiti. Al piano del segretario del Tesoro Herny Paulson si sono opposti 95 democratici e 133 repubblicani [ossia, i due terzi del partito], a segnalare il distacco della base da un ormai sempre più impopolare presidente Bush. In particolare, i democratici hanno votato contro sostenendo che il piano non fa abbastanza per chi è in difficoltà col mutuo, mentre i repubblicani hanno detto no lamentandosi dell’eccessivo intervento pubblico nel funzionamento dei mercati. Soprattutto, grazie anche al rapporto molto più diretto che negli Usa i deputati hanno con i loro collegi elettorali, molti rappresentanti hanno votato contro perché sapevano quanto il piano Paulson fosse malvisto dagli elettori. E dato che molti di quei rappresentanti si giocheranno il rinnovo del seggio a novembre, non volevano essere etichettati come salvatori di Wall Street, a scapito della gente comune.

La reazione delle Borse
Dopo il tonfo di ieri a Wall Street [l’indice S&P 500 ha perso l’8,8 percento, scendendo ai livelli di tre anni fa], oggi sui mercati mondiali non si è verificata l’apocalisse che molti temevano. Anzi. Anche di rimbalzo alle ingenti perdite di ieri [la Borsa di Milano ha perso quasi il 5 percento], oggi i listini europei hanno iniziato male ma sono progressivamente risaliti, diventando positivi nella tarda mattinata, per poi riscendere nuovamente. E’ probabile che ci si attenda un nuovo intervento massiccio da parte dell’amministrazione Bush o della Federal Reserve. O semplicemente che, dopo il grande spavento di ieri, al secondo tentativo il Congresso approverà il piano. L’ipotesi che la politica Usa stia finendo le cartucce non sembra essere presa in considerazione.

In Europa
Ma mentre tutti guardano agli Usa, la crisi finanziaria continua ad aggravarsi anche in Europa. Dopo che ieri i titoli delle banche irlandesi hanno subito la peggiore perdita giornaliera in venti anni, oggi il governo di Dublino ha annunciato di garantire i depositi bancari di sei tra i maggiori istituti di credito. Inoltre, dopo i salvataggi della belga Fortis, oggi i governi di Belgio, Francia e Lussemburgo hanno annunciato un’iniezione di liquidità di 6,4 miliardi di euro alla banca franco-belga Dexia. E nonostante le rassicurazioni di Bankitalia sulla liquidità delle banche nazionali, definita «sufficiente e adeguata», tra ieri e oggi sono precipitate le quotazioni in particolare di Unicredit, il maggiore gruppo bancario italiano, che in due giorni è scesa del 20 percento salvo poi recuperare questa mattina parte delle perdite.

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