Dopo la bocciatura della camera statunitense al piano proposto da Bush di un intervento pubblico da 700 miliardi di dollari per cercare di salvare la finanza dal tracollo, la borsa americana ha registrato il calo più forte dall’11 settembre 2001. Una misura che avrebbe dovuto permettere di rimettere in moto un sistema bloccato non dalla mancanza di liquidità, ma dal crollo della fiducia tra le banche, in un mondo caratterizzato dalla totale mancanza di trasparenza, da gigantesche masse speculative che inseguono il profitto a brevissimo termine e dall’assenza di regole e controlli.
Parliamo di un sistema finanziario dove gli scambi tra valute hanno superato i 3mila miliardi di dollari al giorno, a fronte di scambi nell’economia reale di 10mila miliardi l’anno. Dove i derivati negoziati sui mercati non regolamentati hanno raggiunto la cifra di 600 trilioni di dollari, dodici volte il Pil del pianeta. Dove la fuga di capitali e l’evasione ed elusione fiscale provocano un flusso annuo di centinaia di miliardi di dollari dal sud del mondo verso il nord. Uno scandaloso «welfare al contrario» che vanifica ogni impegno sulla cooperazione internazionale e la cancellazione del debito.
Siamo di fronte a una crisi strutturale della finanza. Per anni questo sistema ha assicurato profitti giganteschi a pochi grandi attori finanziari e disuguaglianze in tutto il pianeta. Ora nessuno sembra in grado di prevedere cosa succederà nei prossimi giorni, mentre si moltiplicano gli interventi del pubblico per salvare banche e altre imprese finanziarie dal fallimento. Una situazione che dovrebbe portare a riconoscere una volta per tutte il fallimento del postulato centrale della dottrina neoliberista che si basa sulla capacità dei mercati di auto-regolamentarsi.
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