Con il piano Paulson nasce la nuova dittatura bancaria

Analizzando con attenzione il piano di risanamento imposto, in questi giorni, al Congresso statunitense, si può cogliere un’agghiacciante analogia con la celebre scena epica narrata nel romanzo di J.R.R. Tolkien: quando, cioè, Sauron, l’Oscuro Signore di Mordor, il potente spirito del Male de Il Signore degli Anelli che fa da antagonista al racconto, forgiò tra le fiamme del monte Fato l’Unico Anello: «Una banca per domarli, Una banca per ghermirli e nel buio incatenarli». Spiace per i fans, ma il paragone è decisamente calzante; non tanto e non solo per l’oscurità del piano che in questi giorni ha visto la luce in terra americana, quanto piuttosto per la cupidigia e l’avidità di potere delle menti che lo hanno partorito, in questo figure reali e drammaticamente simili al Grande Occhio di fantastica creazione.

Prima di entrare nel merito della vicenda interesserà sapere che, già all’inizio di quest’anno, il Tesoro aveva indicato una traccia di riforma della governance dei mercati al fine di garantire una maggiore autorità alla banca centrale, a cui – stando al piano originario – sarebbe stata deputata la supervisione sulla stabilità del sistema finanziario nel suo intero complesso. Dotare la Fed di più poteri, tuttavia, è un processo che avrebbe potuto richiedere anni e, comunque, avrebbe reso necessaria l’approvazione del Congresso, unica espressione viva della oramai mutilata sovranità popolare statunitense.

Già, però, lo scorso marzo si notarono alcuni segnali di cambiamento, quando la Fed decise, per la prima volta nella sua storia, di fare prestiti alle banche d’investimento finite sotto pressione. Si trattava della banca d’investimenti Bearn Sterns salvata dal fallimento perché acquistata, attraverso soldi pubblici, da JP Morgan, anch’essa allora una banca d’investimenti, il cui capitale, però, era ed è interamente di proprietà di privati. La mossa alimentò l’ipotesi che l’istituzione avrebbe dovuto avere poteri di supervisione anche sulle investment banks, poteri che oggi spettano alla Sec, la Consob statunitense.

In quell’occasione ci si affrettò a definire la finestra aperta dalla Fed «temporanea», non mancando di sottolineare come ultimo termine, prima della sua chiusura, il settembre di quest’anno. Lo stesso ministro del Tesoro Paulson, ex numero uno di quel colosso bancario che risponde al nome di Goldman Sachs – che, sarà certamente un caso, è l’unica banca insieme a JP Morgan ad aver giovato di questa crisi straordinaria – si disse concorde con la linea di principio alla base dell’iniziativa della banca centrale e dichiarò: «Dobbiamo riflettere su come dare alla Fed l’autorità di accedere a informazioni necessarie, in mano a complesse istituzioni finanziarie, per proteggere il sistema e stabilizzarlo quando è in pericolo». È il pericolo, infatti, lo strumento, la leva attraverso la quale agire per accentrare sempre più potere in capo alla banca centrale statunitense e più potere si ha – la storia insegna – più velocemente lo si può ulteriormente concentrare nelle mani di quei pochi che già lo detengono.

Nonostante, infatti, l’articolo 1 sezione 8 della Costituzione statunitense stabilisca che il Congresso deve avere il potere di coniare moneta e di stabilirne il valore, attualmente ad avere questo potere è la Fed, una società privata. È, infatti, la Federal Reserve e non il Congresso statunitense a controllare e trarre profitto dal produrre moneta attraverso il Tesoro e controllando il valore della moneta stessa tramite la gestione del tasso d’interesse; quell’interesse, cioè, che le banche commerciali dovranno restituire alla Fed in aggiunta al capitale che la stessa conferisce loro stampando la moneta di cui fanno richiesta.

Non sorprende affatto, quindi, che l’idea di una Fed con poteri sulle banche d’investimento trovi un ampio consenso nel sistema bancario: di recente Timothy Geithner, presidente della Federal Reserve Bank di New York, ha sostenuto che la banca centrale ha bisogno di maggiore autorità sulle banche d’affari che possano avere bisogno di un suo supporto finanziario. La questione era, però, capire come il Tesoro Usa avrebbe potuto mettere in pratica queste riforme: alcuni analisti avevano paventato che la modalità con cui intervenire sarebbe potuta essere quella di un intervento per via amministrativa.

Una soluzione che avrebbe evitato di dover passare per il Congresso dove i tempi avrebbero rischiato di allungarsi. Straordinariamente, però, l’attuale crisi finanziaria e il panico paventato dalle stesse istituzioni statunitensi – su tutti il ministro del Tesoro Paulson e il presidente Bush – hanno reso possibile l’impossibile: approvare la modifica del ruolo della Fed direttamente attraverso una legge votata dal Congresso e senza che questo lo impegnasse, come ci si sarebbe logicamente aspettato, in lunghe discussioni sul merito delle modifiche.

Ma c’è di più, molto di più: un esponente democratico del Congresso ha avvertito che un’atmosfera di panico è stata intenzionalmente creata perché fosse approvato il decreto sugli aiuti finanziari, affermando inoltre che diversi congressisti sono stati avvertiti, prima del voto di lunedì, che se la legge fosse stata bocciata in America sarebbe stata instaurata la legge marziale. Proprio così: la legge marziale. Il membro del Congresso Brad Sherman, eletto nel ventisettesimo distretto della California, ha infatti pubblicamente affermato, in un discorso tenuto il 2 ottobre alla Camera dei Rappresentanti, che conosce personalmente diversi rappresentanti del Congresso che hanno affermato di essere stati minacciati con la prospettiva della vera e propria legge marziale se avessero votato in opposizione al piano di aiuti da 700 miliardi di dollari.

Sherman ha essenzialmente avvertito che potenti forze che vogliono che il decreto passi hanno tentato di ricattare i rappresentanti democraticamente eletti. «L’unico modo in cui possono far passare questo decreto è creando e sostenendo un’atmosfera di panico. Questa atmosfera non è giustificata» ha affermato Sherman. La notizia, ovviamente oscurata dal mainstream ufficiale, arriva da Steve Watson, dal sito infowars.net. «A molti di noi – ha continuato il membro del Congresso – è stato detto in conversazioni private che se lunedì avessimo votato contro il decreto il cielo sarebbe crollato, il mercato sarebbe caduto di duemila o tremila punti il primo giorno, altri duemila il secondo giorno; e ad alcuni membri del Congresso è stato persino detto che ci sarebbe stata la legge marziale in America se avessimo votato no. Questo – ha insistito il deputato – è ciò che chiamo spargere paura. Ingiustificata. Dimostrata falsa. Abbiamo una settimana, abbiamo due settimane per scrivere un buon decreto. L’unico modo per far passare un cattivo decreto è mantenere la pressione del panico». L’intero discorso dell’onorevole Sherman, membro della Camera dei Rappresentanti dal 1997 nonché membro del Comitato sui servizi finanziari, è disponibile sul sito Cspan.

Adesso che lo sciagurato progetto è legge, il Congresso statunitense dovrebbe costringere la presidenza e l’intero governo a un’immediata indagine su queste serie accuse che, per la loro gravità e per la rispettabilità di chi le ha formulate, pesano come macigni sulla credibilità internazionale di quella che è, a tutti gli effetti, la nazione più armata del pianeta. Sentire un parlamentare statunitense paventare, in una pubblica dichiarazione rilasciata davanti alla Camera dei Rappresentati, un colpo di Stato e l’instaurazione della legge militare, fà tremare i polsi e ricorda vicende purtroppo note nella vecchia Europa continentale. Scoprire quali privati individui e funzionari dell’amministrazione, se ce ne sono, sono coinvolti nella diretta minaccia di un rovesciamento militare dei lavori del governo Usa, appare più che necessario non essendo Sherman il solo a lanciare una simile accusa.

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