Come la crisi colpisce il Kazakistan

Non c'è solo l'Islanda tra i paesi che rischiano la bancarotta a causa dell'esplosione della crisi finanziaria. In Europa orientale sono molti gli stati esposti ai venti di recessione. E in Asia centrale, uno dei colossi energetici di oggi, rischia di subire un brusco risveglio.

Qualche mese fa sottolineavamo come la crisi finanziaria Usa stesse toccando ormai non solo delle specifiche istituzioni finanziarie, ma come essa tendesse ad estendersi anche a qualche paese. Avevamo sottolineato il caso dell’Islanda, paese nel quale il sistema bancario e l’economia nel suo complesso sono ancora oggi esposti ai venti della crisi, anche per l’operare della speculazione internazionale in una situazione di alto indebitamento del sistema bancario. Ma questi pericoli si estendono ormai ad un numero di paesi abbastanza rilevante. I giornali si interrogano preoccupati sulla situazione di molti paesi dell’Europa dell’Est, in particolare di Lettonia, Lituania, Estonia, Montenegro, Serbia, Romania, Ungheria, tutti caratterizzati da un sistema finanziario molto fragile ed altamente indebitato. Le difficoltà delle banche tendono ad estendersi in tali paesi all’economia in generale, attraverso rilevanti riduzioni nei livelli di credito concessi alle imprese e ai privati e un aumento del suo costo
Un caso a parte di rilevante importanza riguarda il Kazakhstan. Si tratta di un paese che ha una estensione di 2,7 milioni di km quadrati – circa 7 volte l’Italia – e una popolazione di soli 16 milioni di persone. Negli ultimi nove anni il paese ha registrato una crescita economica molto elevata, quasi cinese. Tale crescita è stata, almeno in parte, alimentata dallo sviluppo delle risorse energetiche, di cui l’area è molto ricca [il Kazakhstan possiede il 3-4 per cento delle riserve di petrolio mondiali al cui sfruttamento partecipa in prima linea anche l’Eni], nonchè da una forte crescita del settore immobiliare. Ma nell’ultimo anno le cose si sono fatte molto più complicate.
Il punto di focalizzazione della crisi sta nella situazione del sistema bancario. Le banche kazake sono mediamente molto giovani, come gran parte dell’economia; esse hanno cercato di assecondare lo sviluppo del paese estendendo in maniera veloce il credito. Ma in una situazione in cui il livello dei depositi e quello del capitale proprio erano abbastanza bassi rispetto alle necessità non è restato al settore bancario che indebitarsi con il sistema finanziario internazionale. Le banche lo hanno fatto acquisendo prestiti esteri per circa 40 miliardi di dollari. Ora, con la crisi, gli istituti locali hanno grandi difficoltà a vedersi rinnovare le linee di credito precedentemente concordate. Di più: le organizzazioni finanziarie sono stati colpite anche dal ritiro di una parte dei depositi da parte dei risparmiatori impauriti e dalla riduzione della fiducia nella moneta locale [il tenge] in relazione anche a un sostenuto livello di inflazione. Peraltro, negli ultimi mesi, la situazione della stessa inflazione e del tenge sembrano schiarirsi, in relazione anche al miglioramento della bilancia commerciale del paese per la crescita dei prezzi del petrolio. La cosa è comunque complicata anche dal fatto che in questo caso le società di rating – prima di tutte la Standard & Poor nell’ottobre del 2007, poi Moody’s qualche giorno dopo – sono state molto tempestive nel ridurre la valutazione dei principali istituti del paese. Non è stata ovviamente assente anche la speculazione internazionale ed i soliti hedge funds, flagello del mondo, sembra siano intervenuti pesantemente scommettendo sulle difficoltà. Qualche istituto è entrato nell’orbita delle banche estere – così Unicredit ha comprato già nel giugno del 2007 una delle banche più importanti del paese, che ha una quota di mercato di circa il 12 per cento – uscendo così dalle difficoltà, mentre qualche altra banca internazionale, come ad esempio la Hsbc, hanno esteso la loro operatività nel paese, ma il grosso del sistema presenta molti problemi.
E’ intervenuto tempestivamente anche il governo, facendo quello che poteva, mettendo a disposizione delle risorse finanziarie sia per effettuare prestiti alle banche in difficoltà che per sottoscrivere quote di capitale. Nel frattempo, le banche hanno cominciato a ridurre il credito al settore immobiliare, che avevano precedentamente finanziato oltre ogni ragionevolezza, e così le attività edilizie – complice il fatto che come al solito nei periodi di boom si è costruito troppo rispetto alla situazione del mercato – si sono pressochè fermate. Nel frattempo il credito è stato ridotto anche al settore del consumo.
Il paese appare peraltro abbastanza forte nel medio-lungo termine, grazie soprattutto al settore energetico ma anche a quello cerealicolo: il Kazakistan era uno dei granai dell’Urss. Lo sviluppo ulteriore delle sue fonti energetiche, in particolare, dovrebbe assicurare le risorse finanziarie necessarie alla crescita complessiva dello stato. Forse si è stati comunque troppo impazienti nel volere goderne i vantaggi. In ogni caso i tassi di sviluppo dell’economia kazaka si sono ridotti, anche se rimangono abbastanza positivi. Ci si attende una crescita del 4,5 per cento del pil quest’anno, contro l’8,7 del 2007.

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