La seconda vittima dello tsunami finanziario, dopo le banche, sono i governi. Soprattutto i governi dei sette paesi autoproclamati «grandi». Da Washington a Berlino, da Roma a Londra, il coro che si alza da cancellerie, case bianche e palazzi chigi è «non fatevi prendere dal panico». Il più zelante nel ripetere il mantra è naturalmente Silvio Berlusconi, forse perché il crollo delle borse tocca anche direttamente il suo capitale di famiglia [e di governo]. E invece il panico aumenta. Le ricette classiche rubricate dalla macroeconomia liberista alla voce «in caso d’emergenza» sono già state attuate: taglio dei tassi d’interesse, per la prima volta addirittura coordinato tra Usa, Ue, Inghilterra e Cina; immissione massiccia di liquidità; perfino nazionalizzazioni parziali e totali di banche, assicurazioni e fondi. Eppure non basta. Le borse assorbono il colpo, spasimano per un’ora o due, e poi riprendono a cadere. Il mercato, la sua parte più rappresentativa e influente, non crede ai governi. Il mercato, probabilmente, ne sa di più. Basta parlare con qualche consulente finanziario o qualche giornalista di agenzie di stampa economica o qualche avvocato d’affari per intuire che effettivamente il mercato ne sa di più. Conosce se stesso meglio di quanto non facciano i governi che stanno scoprendo ora quello che il mercato sapeva già da tempo, cioè che la fiducia è un bene scarso, una fonte esauribile, come il petrolio. Per questo sono nate le chimere finanziarie, gli ogm del credito, per iniettare fiducia virtuale basata sul timore sacro per i sacerdoti del Verbo finanziario. Verso i governi questo timore non c’è. E ora temono che qualcuno cominci a chiedere conto anche a loro.
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