Crisi globale. Quando la finanza critica diventa Cenerentola

Noi che da anni ci occupiamo di finanza, ma lo facciamo dalla parte dei cittadini, e abbiamo chiamato etica la nostra banca perché vicina allo sviluppo sociale e attenta all’ambiente e alle conseguenze non economiche delle azioni economiche, ci chiediamo se non sia giunto il nostro tempo. La responsabilità, quella vera, ci ha reso solidi e forti. Nel 1999 abbiamo vestito di stracci un sogno e oggi ci fa fare un figurone. Come una Cenerentola il principe potrebbe cercarci e sceglierci, mettendo da parte le sorelle brutte e cattive. Ma chi è il principe oggi?
Forse il regolatore, che con la sua distrazione ha lasciato prima maturare e poi cadere dall’albero i frutti copiosi di speculazioni che hanno danneggiato tutti. Tutti si perché anche se i nostri governanti continuano a dirci che in Italia l’impatto non ci sarà, e per una volta dovremmo essere fieri dell’arretratezza del nostro sistema, le tasche degli italiani già leggere, saranno senz’altro svuotate. Dalla rata del mutuo che sale, dal credito al consumo che strozza, dall’incertezza del domani. Le regole, che pure c’erano, non sono state sufficienti. Devono essere riscritte con l’obiettivo di rendere trasparente il mercato, fermare la speculazione, favorire processi di sviluppo che siano legati con i territori e con le persone. Proprio come fa la finanza etica. Quella che si ispira a principi codificati e li rispetta nella relazione con le persone.
Ma il «principe» potrebbero essere quei milioni di clienti che oggi si sentono turlupinati, ignorati, schiacciati. Da loro potrebbe giungere un segnale forte, una scelta che attraverso la scoperta di alternative, si concretizzi nell’indirizzare le questioni economiche, anche rilevanti, facendo leva col portafoglio.
Noi riteniamo fondamentale investire nella cultura finanziaria delle persone. Uno strumento per evitare queste crisi, primo vero argine alla speculazione, è la preparazione dei piccoli investitori e dei risparmiatori, investendo sulla formazione di maggiore consapevolezza nell’uso del denaro e del costo che un facile guadagno può avere sul bene comune e sulla collettività.
Di clienti si parla molto in questi giorni e della loro difesa. Se ne parla come se esistessero solo in funzione della banca. Ma chi sono i clienti? Non sono forse quelli che da anni, seduti di fronte a un consulente, ricevono consigli su scelte di consumo e di risparmio e investimento sconsiderati, leggeri, non tarati sulle loro effettive possibilità di spesa e di rischio? Si tratta in fondo di persone con identità sociale e ruoli che non iniziano e finiscono in banca. Sono lavoratori, genitori, fruitori di tempo libero. Che hanno delegato fiducia agli esperti e da quegli esperti sono stati traditi.
Oggi molte aziende, e tra le quali anche gli istituti di credito, promuovono al loro interno documenti di «responsabilità sociale d’impresa» [Rsi]. Il sospetto che si tratti di pure dichiarazioni d’intenti è forte, visto che la responsabilità sociale ha sfumature importanti che la rendono preziosa come strumento di controllo e regolamento perché indirizza su atteggiamenti, valori e scelte di management e di strategia, in campo ambientale e sociale. Se, come lamentano spesso i dipendenti bancari, il loro mestiere si è ridotto a mera vendita di prodotti altamente redditizi per la banca e rischiosi per i clienti con l’obiettivo di raggiungere budget sempre più ambiziosi, siamo lontani da criteri di Rsi.
Profumo dice che i banchieri devono riguadagnare la fiducia e chiama con sé nel declino un’intera categoria. Non è accettabile. C’è chi è già banchiere attento e responsabile e fidelizza la clientela con prodotti e servizi onesti e sostenibili nel tempo. Ormai non si tratta più di abbassare i tassi o aumentare gli interessi sui conti correnti e diminuirli sui fidi per ridare slancio all’economia e fiducia alle persone. Occorre mostrare di voler veramente ricoprire con responsabilità un ruolo di partner dello sviluppo economico e sociale sostenibile.

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