In Zimbabwe la situazione rischia di nuovo di precipitare. Il contestato presidente Mugabe ha infatti deciso unilateralmente la nomina di due vicepresidenti e intende inoltre affidare a esponenti del suo partito i ministeri più importanti del paese, ignorando così il patto siglato con l’opposizione lo scorso 15 settembre per superare la crisi istituzionale iniziata con le frode elettorali.
L’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki è atteso oggi a Harare, la capitale del paese, per un tentativo di mediazione che mira a salvare l’accordo di condivisione del potere firmato dalle parti il mese scorso. Il partito di Mugabe, la Zanu-Pf, e quello di Morgan Tsvangirai, il Partito per il cambiamento democratico, non riescono a trovare un accordo attorno ai nomi dei ministri del governo di unità nazionale. Tanto che Tsvangirai ha minacciato di tornare sull’accordo raggiunto, dopo la pubblicazione sabato di una lista secondo la quale la Zanu-Pf otterebbe i dicasteri della difesa, dell’interno, degli esteri, della giustizia e dell’informazione e comunicazione.
Formalmente, il patto di spartizione dei poteri conferisce a Mugabe la prerogativa di scegliere i suoi vice: ma l’averlo fatto senza consultare gli interlocutori, e nemmeno informarli preventivamente, getta più di un’ombra sul tentativo di risolvere la crisi che il mediatore sudafricano si accinge a intraprendere. «Non ci può essere suddivisione dei poteri se un unico partito controlla tutti i ministeri principali. Non c’è coerenza nell’atteggiamento della Zanu-Pf, e la visita del presidente Mbeki costituisce un’opportunità affinché revochi la propria iniziativa unilaterale», ha dichiarato Nelson Chamisa, portavoce del Mdc. Non si è fatta aspettare anche la condanna dell’Unione europea.






