La crisi alimentare dimenticata. Ricominciamo dai contadini africani

«Se non si fa nulla, il peggio è ancora davanti a noi». Ndiogou Fall, presidente della Rete di organizzazioni contadine e di produttori agricoli dell’Africa occidentale [Roppa, alla quale aderiscono quasi quaranta milioni di contadini], è pessimista. La crisi alimentare globale non è finita. Il crollo delle borse occupa tutto lo spazio mediatico, facendo dimenticare i primi mesi del 2008, quando in diversi paesi d’Africa, i cittadini si sono sollevati contro l’aumento del prezzo del cibo, soprattutto dei prodotti essenziali come il grano. I temi dell’agricoltura locale e della sovranità alimentare sono apparsi finalmente sull’agenda delle istituzioni internazionali. «Ci vogliono riflessioni e soluzioni», dice Ndiogou Fall, insistendo sulla necessità di un «cambio di paradigma», cioè un cambio radicale dei principi applicati fino a oggi nella politica internazionale.
Il convegno intitolato «L’agricoltura familiare reagisce alla ‘crisi’ alimentare. Quale appoggio delle politiche agricole?», che si è svolto alla Città dell’altra economia di Roma il 10 ottobre, è stato un tentativo di passo avanti, «un dialogo tra attori e istituzioni». A confrontarsi erano dirigenti della Fao, della commissione europea, e rappresentanti di organizzazioni contadine africane ed europee.
In Africa, intanto, i contadini si organizzano sempre più «dal basso» per sopravvivere nella giungla delle leggi del liberismo. Ndiogou Fall spiega che la Roppa «aiuta la popolazione dei villaggi a organizzarsi, e poi si struttura ai livelli regionale e nazionale». La produzione agricola locale soffre: già duramente colpita dai programmi di aggiustamento strutturali, deve affrontare mercati locali invasi da prodotti «del nord», sovvenzionati e quindi più competitivi. Elisabeth Atangana, presidente della Piattaforma regionale di organizzazioni contadine dell’Africa centrale [Propac] sottolinea la necessità di «valorizzare i prodotti locali» e «professionalizzare l’azienda familiare» per permettere una produzione e uno sviluppo più importanti. La Roppa, ci spiega il suo presidente, come la Propac o l’Eaff [Federazione di contadini dell’Africa orientale], cercano di permettere ai piccoli produttori «d’influire sulla definizione delle politiche nazionali, sostenere le attività economiche, e avviare iniziative come l’acquisto comune di fertilizzante o l’installazione di generatori». Insomma, di avere una voce e di farla sentire.
Di certo, queste organizzazioni hanno un ruolo che ve ben oltre la sola agricoltura: si occupano della ricerca di mezzi tecnici ed economici, ma anche di aspetti sociali. La Propac, per esempio, ha sviluppato iniziative specifiche per le donne, un’azione alla quale Elisabeth Atangana tiene particolarmente: «Bisogna investire sulle donne – dice – Danno la vita, assicurano il futuro della popolazione e la trasmissione delle conoscenze, ma in Africa, sono anche responsabile del 70 per cento della produzione alimentare. Sono vere attrici della cittadinanza, partecipano alla cura della terra, alla gestione delle risorse come l’acqua o della raccolta della legna». Si parla sempre delle misure economiche, dell’aiuto internazionale, nella lotta contro la crisi alimentare, ma secondo Elisabeth Atangana ci sono altri mezzi: «Le donne hanno modi di fare poco amministrativi, creano reti informali. Appoggiarsi sulle donne permette di toccare tutta la famiglia e di impegnare tutti nella lotta contro la crisi alimentare. Purtroppo c’è poco sostegno per loro. Io lavoro da trent’anni per lo sviluppo rurale, e nonostante questo, nonostante i risultati, quando devo negoziare un progetto ricevo sempre meno sostegno degli uomini». Lo sviluppo dell’agricoltura femminile è rallentato da questi ostacoli: l’accesso alla terra o a servizi come la consulenza per esempio, è più difficile per una donna che per un uomo. Per questo, ad esempio, il «Progetto regionale per il rinforzamento delle donne rurali leader» promosso in Camerun, mira a informare queste donne, renderle coscienti delle proprie capacità, farle partecipare alle prese di decisioni, trattare con il governo e con i finanziatori… E attraverso loro, moltiplicare l’informazione, raggiungere il numero più grande possibile di donne.
I rappresentanti africani hanno insistito più volte sull’importanza delle istituzioni sia nazionali che internazionali, ma sempre con la necessità di un «cambio di paradigma». Bisogna appoggiare i contadini, sviluppare il commercio di prossimità e abbandonare le politiche fondate solo sui flussi e le grande imprese internazionali. Durante il suo intervento, Ndiogou Fall ha elencato i difetti del modo attuale di fare delle istituzioni: «Non si può affidare tutto al privato che lavora nel suo unico interesse e indebolisce gli stati. Che diventano così semplici comparse, mentre la politica viene fatta da tutt’altra parte!». Tra appelli alla fiducia e alla cooperazione, sembra che il «dialogo» sia ancora tutto da inventare.

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