In Italia l’emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone, quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà, ma altrettanti che «si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio». Lo afferma il Rapporto sulla povertà in Italia elaborato dalla Caritas Italiana in collaborazione con la Fondazione Zancan e presentato questa mattina in un incontro, nel quale ha partecipato anche Marco Revelli, in qualità di presidente della Commissione di indagine sull’esclusione sociale.
Nella conferenza stampa, il direttore della Fondazione Zancan, Tiziano Vecchiato, ha indicato alcune direttici per un uso differente delle spese sociali: «E’ possibile destinare a un diverso utilizzo parti rilevanti della spesa per assistenza sociale – ha detto Vecchiato -, oggi destinata alla persone non autosufficienti e alle famiglie di lavoratori con figli».
Vittorio Nozza, direttore della Caritas Italiana ha denuciato chi in queste settimane non pensa altro che a sostenere le grandi banche: «Assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perché non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza e alla precarietà?».
Sulla stessa linea anche Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan. «Dobbiamo trarre lezione – ha detto – dall’attuale crisi economica-finanziaria: per risolverla non si è tardato a sconvolgere alcuni fondamenti ideologici del sistema capitalistico, che sembravano inamovibili e dogmatici. Se si vuole veramente il ‘bene comune’, un analogo ripensamento va fatto anche in rapporto alla società». Secondo Pasini, occorre «rinunciare a rendite di posizione e interventi burocratici» per mettere al centro i più fragili, soprattutto famiglie con persone non autosufficienti o numerose, fornendoli di più servizi e meno trasferimenti economici, con maggiore solidarietà fiscale».
I numeri denunciati dalla Caritas [aggiornati prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale e dunque destinati a cambiare in peggio] sono inquietanti: in Italia sono povere le famiglie con anziani [soprattutto se non autosufficienti] ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli. Avere più figli o i nonni in casa aumenta cioè il rischio di povertà: il 13 per cento degli italiani è quindi povero, vive cioè con meno di 5-600 euro al mese.
Sono quelle due insomma le fasce di popolazione maggiormente in difficoltà nel nostro paese [le persone non autosufficienti e le famiglie con figli]. In Italia risulta infatti povero il 30,2 per cento delle famiglie con tre o più figli e il 48,9 per cento di queste famiglie vive nel Mezzogiorno [al 2006, ultimi dati disponibili]. Si tratta di percentuali molto elevate, sottolinea il rapporto, avere più figli in Italia comporta dunque un maggiore rischio di povertà, con una penalizzazione non solo per i genitori che si assumono questa responsabilità ma soprattutto per i figli, costretti a una crescita con meno opportunità e a subire, una volta entrati nel mondo del lavoro, condizioni di dura precarietà. Eppure in altri Stati non accade così. Ad esempio, effettuando un confronto con la Norvegia, il rapporto della Caritas evidenzia che in quel paese non solo vi è un tasso di povertà notevolmente inferiore, ma anche una relazione esattamente opposta, ovvero più bambini si hanno [a meno di non averne più di tre], più basso è il tasso di povertà. Per quanto riguarda poi la povertà degli anziani soli o non autosufficienti, si registra un aumento nelle regioni del Nord, in controtendenza con il resto del paese: dal 2005 al 2006 l’incidenza di povertà relativa [percentuale di poveri sul totale dei residenti] in persone sole con 65 anni e più è passata da un valore di 5,8 a un valore di 8,2 [ultimi dati disponibili].






