Ma quanto ci costano le Borse?

Una sorta di ossessione mi spinge a fare una cosa che cercavo di smettere o almeno di diminuire, come si fa con le sigarette, il caffè o l’alcol: guardo i telegiornali a tutte le ore, tutti quanti. Aspetto con impazienza che qualcuno dei giornalisti economici o politici o inviati a Wall Street o a Piazzaffari mi dica quanto il governo italiano spenderà per il piano di salvataggio delle banche, e quindi delle Borse. La domanda mi perseguita: quanto ci è costato suscitare l’allegria isterica che ha fatto balzare all’insù, o «rimbalzare», il Mibtel per una giornata – lunedì scorso – anche se poi le percentuali sono tornate a scendere perché evidentemente i miliardi di euro che Tremonti ha versato non erano giudicati sufficienti? Nessuno me lo dice, a me cittadino che paga le tasse e le bollette e la pasta ai prezzi che ha raggiunto. Il governo tedesco e quello francese, perfino quello federale degli Stati uniti, hanno comunicato le cifre, e le conseguenze che esse avranno sul debito pubblico. Ieri, il ministro francese Fillon, ha detto che con tutta probabilità la Francia oltrepasserà il famoso 3 per cento nel rapporto tra deficit e Pil [probabilmente mentiva: andrà molto peggio]. Quel che non sopporto è di essere trattato di deficiente [insieme a milioni di concittadini, beninteso]. Le televisioni parlano di centinaia, più di mille, chissà quanti miliardi di dollari e di euro che vengono «iniettati» dalle banche centrali come si trattasse di soldi del Monopoli. Invece sono euro veri, sottratti dalle casse dello Stato, dentro le quali li avevamo messi noi.

La grossa pulce ne l’ha infilata nell’orecchio in articolo di Tonino Perna, economista poco obbediente, che pubblichiamo nel settimanale di Carta che uscirà venerdì. Prima di tutto Tonino valuta, in modo prudente, che la cifra che l’erario ha sborsato oscilla tra i 200 e i 250 miliardi di euro. Una botta terrificante, in un paese che già pensava di risanarsi – grazie al serial ministro Tremonti – segando qualche decina di migliaia di insegnanti, qualche migliaio di scuole, alcuni giornali cooperativi e altri lussi sociali e culturali che hanno a che fare con la salute e così via. Quei soldi non virtuali in qualche modo bisognerà pur compensarli. E come? Con i Bot, dice Perna, titoli di Stato che però hanno il difetto di sottrarre risparmio alle industrie reali, alle quali quindi mancherà l’ossigeno. E poi? Bisognerà tagliare la spesa e introdurre nuove tasse – aggiunge Tonino – per almeno 30-50 miliardi. Nel frattempo, il famoso rapporto tra deficit e Pil schizzerà come il termometro di un malato di polmonite, e anche se l’Unione europea farà qualche sconto certo l’Italia sarà – dal punto di vista di Maastricht – nei guai. La «manovra», come dicono con pudore i telegiornali, sembrerà una conversione a «u» su una autostrada affollata di Tir, e l’effetto finale sarà che una società già impoverita verrà definitivamente saccheggiata.

Non è un modo di dire: ieri la Caritas italiana, insieme a Marco Revelli [nominato dall’allora ministro Ferrero presidente della Commissione sull’esclusione sociale], ha presentato il suo Rapporto sulla povertà nel nostro paese. Numeri: 7,5 milioni di persone al di sotto della «soglia di povertà» più altri 7,5 qualche millimetro sopra la «soglia» uguale 15 milioni di poveri o di persone ad alto rischio: il 13 per cento degli italiani vive con meno di 5-600 euro al mese. Il direttore della Caritas, Vittorio Nozza, ha detto: «Vediamo in questi giorni montagne di soldi pubblici che, con il giusto appoggio di tutti, corrono al capezzale della grande finanza… Perché non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza e alla precarietà?». Domanda retorica? Ovviamente sì, dal punto di vista del governo. Il quale, bisogna dire, per una volta ha dato mostra di preveggenza: il decreto 155 dell’8 ottobre ha stabilito che i provvedimenti amministrativi di carattere economico possono essere approvati in deroga alla contabilità dello Stato. Tradotto, significa che non c’è bisogno del parlamento, che secondo Berlusconi è popolato da «depressi». E’ vero anche che non c’è da essere euforici, leggendo queste cifre e guardando a questi metodi degni del «comunismo di guerra» del vecchio Lenin: questo è capitalismo di guerra.

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